Indice
Copertina L’immagine
Il libro
L’autore
Frontespizio
Introduzione
Nota ai testi
Cronologia di Niccolò Machiavelli
Nota bibliografica
FAVOLA DI BELFAGOR Favola
DOCUMENTI 1. Giacomo di Vitry
2. Pietro di Limoges
3. Jean Le Fèvre
4. Giovanni Brevio
APPENDICE Storia di uno spirito in una fanciulla
Copyright
Copertina
Frontespizio
FAVOLA DI BELFAGOR
Inizio del libro
Copyright
Il libro
I dannati attribuiscono alle mogli la causa della loro perdizione. Una scusa o la verità? Per scoprirlo, all’inferno si decide di mandare sulla terra un diavolo. Il malcapitato scelto per sperimentare la condizione del matrimonio è Belfagor arcidiavolo, che scoprirà le gioie e soprattutto i dolori dell’amore… L’argomento di questa divertente “favola”, che salda il tema misogino con quello della furbizia contadina, è tutt’altro che originale. Ma se Machiavelli si pone alla fine di un lungo percorso, con il suo genio demoniaco egli riesce a portare anche questo soggetto lungamente esplorato nei suoi territori, mostrandoci un Plutone “principe saggio” degli Inferi e ribaltando, ancora una volta, i valori della morale e della politica astrattamente concepite. In appendice si pubblica una storia piacevolissima di possessione demoniaca finora pressoché sconosciuta.
L’autore
Niccolò Machiavelli
Firenze 1469-1527. Segretario della cancelleria della Repubblica fiorentina, iniziatore del pensiero politico moderno, è autore di numerose opere tra cui i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (dal 1512), Il Principe (1513), la Mandragola (1520) e le Istorie fiorentine (1525).
Niccolò Machiavelli
Favola di Belfagor
In appendice
Storia di uno spirito in una fanciulla
a cura di Pasquale Stoppelli
Introduzione
di Pasquale Stoppelli
1
Il 13 gennaio 1525 Iacopo Falconetti, un popolano fiorentino arricchitosi con una fornace di mattoni e calcina, e per questo detto “il Fornaciaio”, diede una festa nella sua villa di Santa Maria a Verzaia, in Oltrarno. Il 10 gennaio precedente erano scaduti i cinque anni di allontanamento dalla vita pubblica a cui era stato condannato nel 1520. Ai festeggiamenti per la sua riabilitazione parteciparono molti esponenti della ricca borghesia fiorentina, compresi alcuni della famiglia dei Medici. Tra gli amici del Fornaciaio era anche Niccolò Machiavelli, che in quegli anni frequentava le sue case. Lì aveva occasione di incontrare Barbara Salutati, una cantatrice bellissima di cui Niccolò, allora di cinquantasei anni, era senilmente invaghito.
Il clou della festa, alla fine di un banchetto che immaginiamo essere stato sontuoso, fu la messa in scena della Clizia. La recitarono i dilettanti della Compagnia della Cazzuola, che l’anno prima avevano rappresentato la Mandragola in casa di Bernardino di Giordano. Le prospettive della Clizia furono dipinte da Bastiano da Sangallo, soprannominato “Aristotele” per l’eccellenza della sua arte di pittore e di scenografo. Gli intermedi della commedia furono musicati da Philippe Verdelot, maestro di cappella del duomo di Firenze, oggi considerato il padre del madrigale italiano. Alla Barbara e ai suoi musici fu data occasione di esibirsi intonando gli intermedi. Il successo della commedia fu straordinario. La fama di Machiavelli commediografo a Firenze, dopo il successo della Mandragola, fu rinsaldata dalla Clizia.
L’argomento della Clizia, a differenza di quello della Mandragola, non è originale. La nuova commedia di Machiavelli rifaceva, adattata alla realtà fiorentina, la Casina di Plauto. Ma il debito di Machiavelli non si limitava all’acquisizione della trama: ben sette scene della commedia erano traduzioni letterali di altrettante plautine. Si è supposto che ciò potrebbe essere stato determinato dalla fretta con cui l’autore lavorò per consentirne la rappresentazione nel corso della festa del Fornaciaio, ma oggi sappiamo che la Clizia non nasceva come un instant play. Un testo recentemente valorizzato come machiavelliano, l’Epistola della peste, ci fa noto che lo scrittore aveva in composizione una nuova commedia già nel maggio del 1523. Quella commedia non poteva essere che la Clizia.
Circa il rapporto fra la Casina e la Clizia è interessante osservare che la seconda affronta temi di uno spessore sconosciuto alla prima. La commedia di Plauto è sostanzialmente una pièce farsesca con protagonisti dei servi, la Clizia è invece per certi aspetti una riproposizione della Mandragola attraverso il soggetto della Casina. Lette in questa chiave, le due commedie costituiscono un dittico sulla diversa possibilità dell’uomo di assecondare le proprie passioni in gioventù e nella vecchiaia. La morale è che ciò che riesce a giovani “impetuosi” espone a pesanti frustrazioni le velleità della vecchiaia. Per non dire che la Clizia sfiora temi scabrosi come la pedofilia e l’incesto, del tutto estranei alla commedia plautina.
Siamo nel gennaio del 1525 e Machiavelli stava per concludere, o aveva appena concluso, le Istorie fiorentine, che nel maggio successivo avrebbe presentato a Roma a Clemente VII, il papa mediceo che ne era stato committente. Con la Vita di Castruccio Castracani (1520) e poi con le Istorie lo scrittore aveva sperimentato un genere diverso da quello delle opere politiche, ma il modo con cui passato e presente colloquiavano nell’una e nell’altra tipologia non era sostanzialmente diverso. Nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio e nel Principe i fatti storici servivano da modello interpretativo per il presente, nelle opere storiche era il passato a essere raccontato con l’occhio al presente. Ma analogie, seppure di altro tipo, esistono anche fra testi appartenenti a generi ancora più lontani, come sono le Istorie e la Clizia. Nella Clizia Machiavelli rifece a suo modo, come già detto, la Casina di Plauto, nelle opere storiche lavorò riscrivendo croniche preesistenti. Anche la Favola, composta negli stessi anni della Clizia e delle Istorie, è un rifacimento. Questa è la novità filologica più importante degli ultimi anni che riguarda la novella di Machiavelli.
2
La vicenda raccontata nella Favola è sufficientemente nota. In inferno arriva un gran numero di anime che attribuiscono alle mogli la causa della loro dannazione. I giudici infernali presentano il caso a Plutone: se ciò fosse vero le pene dovrebbero essere mitigate. Ma come essere certi di quanto i dannati raccontano? Plutone convoca a concilio i diavoli di maggior grado e con una solenne orazione chiede loro un parere sul modo migliore di accertare la verità. La decisione finale, da tutti i diavoli condivisa, è che si mandi sulla terra uno di loro a fare l’esperienza del matrimonio.
La scelta cade su Belfagor arcidiavolo. A lui sono consegnati in dote centomila ducati con i quali dovrà passare sulla terra dieci anni, assoggettandosi in tutto e per tutto alla condizione umana. Belfagor sceglie di stabilirsi a Firenze, dice di essere spagnolo e chiamarsi Roderigo di Castiglia. Qui prende in moglie una giovane bellissima di nome Onesta, di famiglia nobile ma economicamente decaduta. Onesta si rivela presto capricciosa, insolente e spendacciona. Roderigo, per suo amore, fa la dote alle sorelle e avvia un’attività economica ai fratelli. Ma in breve volger di tempo il contante scarseggia e Roderigo è costretto a prendere a prestito. Quando i termini della restituzione si avvicinano i creditori cominciano a sorvegliarlo. Roderigo decide di svignarsela, ma i creditori gli si mettono alle calcagna. Giunge a Peretola e si imbatte in un contadino, Gianmatteo del Brica. Chiede di sottrarlo agli inseguitori, promettendo di ricompensarlo adeguatamente se l’avesse nascosto. Gianmatteo accetta. Depistati gli inseguitori, Roderigo rivela a Gianmatteo la sua vera identità e si accorda con lui sul fatto che si impossesserà di una donna e la libererà solo quando Gianmatteo verrà a scongiurarlo. Potrà così chiedere ai familiari un compenso. Ciò avviene presto e Gianmatteo pattuisce cinquecento fiorini se riuscirà a liberare l’indemoniata. La cosa va a buon fine, ma Belfagor vuole che il contadino diventi ancora più ricco e avverte Gianmatteo che di lì a breve entrerà nel corpo della figlia del re di Napoli, al quale potrà chiedere una ricompensa molto maggiore. E tuttavia quella sarà l’ultima volta che obbedirà alle sue intimazioni, anzi minaccia di fargli del male se si ripresenterà ancora. A Napoli va tutto bene, come il diavolo aveva promesso, e Gianmatteo fa ritorno a Firenze con molto denaro. Accade che dopo qualche tempo a essere indemoniata è addirittura la figlia del re di Francia. La fama di Gianmatteo è intanto volata dappertutto e il re chiede alla Signoria fiorentina di mandare a Parigi il contadino-esorcista. Gianmatteo è così obbligato a una terza prova, ma il patto col diavolo non ha più valore. Messo alle strette dal re che minaccia di impiccarlo se non riuscirà a liberare la figlia, Gianmatteo tenta il tutto per tutto. Chiede al re di allestire per la domenica successiva un grande apparato nella piazza di Notre-Dame, alla presenza di nobili, clero, popolo e un gruppo di venti suonatori. A un suo cenno i suonatori dovranno avvicinarsi al centro della piazza facendo il massimo frastuono possibile. Nel giorno stabilito tutto è pronto e Gianmatteo, parlando a Belfagor attraverso l’orecchio dell’indemoniata, l’implora di uscire, ma il diavolo questa volta è irremovibile. A quel punto Gianmatteo fa il cenno convenuto e i suonatori avanzano con grandissimo fracasso. Il diavolo è sbigottito e chiede a Gianmatteo cosa stia accadendo. Gianmatteo risponde concitato che alla testa di quella sarabanda è la moglie che stava venendo a riprenderselo. Il diavolo, spaventatissimo al solo sentir ricordare la donna, libera la figlia del re e si precipita in inferno a far fede «de’ mali che conduceva in una casa la moglie». Il contadino, che ha dimostrato di saperne una più del diavolo, potrà tornarsene a Firenze a godere in pace le sue ricchezze.
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Il contenuto della Favola di Machiavelli era tutt’altro che nuovo. Le prime origini sono in Oriente. Il motivo del genio che fa esperienza della cattiva natura delle donne è presente tra gli altri sia nel Panchatantra, la più antica raccolta di favole indiane, sia nelle Mille e una notte, la celebre raccolta di novelle cominciata a costituirsi nel X secolo. Nel mondo cristiano il genio lascia il posto al diavolo. Un exemplum di Giacomo di Vitry (1170 ca - 1240), riportato qui alle pp. 21-22 [Documenti, 1a], rappresenta l’attestazione più antica del motivo nella tradizione occidentale. Un uomo decide di allontanarsi da una moglie terribile affidandola al diavolo per il tempo della sua andata in pellegrinaggio a Santiago di Compostela. Quando fa ritorno il diavolo si affretta a riconsegnargliela: avrebbe governato più facilmente una torma di cavalle selvatiche. Nell’exemplum successivo della stessa raccolta [Documenti, 1b], si racconta di un accordo tra il diavolo e un predone di strada. Questi ruba e ammazza: se viene imprigionato, interviene il diavolo a liberarlo. Ma un giorno il diavolo decide di abbandonare l’uomo al suo destino, che finisce così i suoi giorni sulla forca.
Il racconto misogino del diavolo terrorizzato da una donna e quello dell’uomo che stabilisce un patto col diavolo, trattati contiguamente da Giacomo di Vitry, furono fusi in un’unica storia da Pietro di Limoges. Il testo è riprodotto alle pp. 24-25 [Documenti, 2]. Un diavolo e un uomo, entrambi con pessime esperienze matrimoniali alle spalle, si incontrano e decidono di far lega. Il diavolo si impossesserà delle persone e il compagno, fingendosi medico, andrà a liberarle riscuotendo il compenso della guarigione. Ma quando a essere posseduto è un principe, il diavolo rifiuta di uscire, mettendo a repentaglio la vita del complice. Questi dà allora scacco al diavolo avvisandolo dell’arrivo della moglie: il diavolo, pur di non reincontrarla, fugge via dal corpo che occupava. Questo finale, invenzione di Pietro di Limoges, sarà ripreso da tutti coloro che riscriveranno la storia del diavolo che prende moglie, che prima di arrivare a Machiavelli conosce altri passaggi.
Dopo Pietro di Limoges la storia resta comunque ancora in Francia con Jean Le Fèvre, vissuto nel XIV secolo. Autore sia di traduzioni dal latino sia di opere originali in volgare, Le Fèvre nella sua opera Les Lamentations de Matheolus mette in versi francesi tra il 1371 e il 1380 i Lamenta di un chierico di nome Matteolo, originario di Boulogne, vissuto tra la seconda metà del XIII secolo e i primi del XIV. I Lamenta sono un poema latino in quattro libri di ispirazione antifemminile e antimatrimoniale. Matteolo aveva studiato diritto e logica a Orléans, svolgendo poi la professione di avvocato. Di vita e costumi non irreprensibili, nonostante lo stato clericale sposerà in segreto una vedova. Scoperto, fu privato di quella condizione. I Lamenta sarebbero stati completati tra il 1295 e il 1300. Matteolo dichiara in apertura le finalità del poema: mettere in guardia i giovani chierici dal prendere moglie, concludendo con un accorato appello antiuxorio: «nemo, qui vivere vult sine clade, / uxorem capiat precor, hortor, consulo, laudo / ne mihi par fiat» [chiunque voglia vivere senza sciagura, prego esorto consiglio raccomando di non prender moglie, se non vuole seguire la mia sorte].
Il volgarizzamento di Le Fèvre segue in genere fedelmente l’originale. Ma i versi francesi hanno delle parti in più rispetto al testo dell’unico manoscritto sopravvissuto dei Lamenta, oggi nella Biblioteca dell’Università di Utrecht (ms. Scriptores latini, 65). Una di queste è appunto il racconto del diavolo e del medico esorcista, qui alle pp. 26-33 [Documenti, 3]. La fortuna delle Lamentations fu comunque ben più ampia di quella della loro fonte latina. Il poema francese divenne con il Roman de la Rose un testo fondamentale della letteratura misogina, con diffusione nell’intera area romanza. Tra il 1497 e il 1502 andò in stampa ben quattro volte a Lione.
Jean Le Fèvre racconta che un giorno si incontrarono un medico e un diavolo che aveva fatto esperienza di una moglie terribile. I due stabilirono il solito patto per trarre guadagno dalle persone possedute. L’accordo va avanti per un po’, permettendo al medico di guadagnare a volontà. Un giorno il diavolo si impossessa di una regina. Il medico si fa avanti come le altre volte, ma ora il socio rifiuta di uscire. Il re minaccia di impiccare il medico se non riuscirà a liberarla, ma il diavolo è irremovibile. Il medico ricorre allora allo stratagemma del racconto di Pietro di Limoges. Il diavolo, pur di non reincontrare la moglie, scappa in inferno.
Per tutto il XV secolo non si conoscono altre varianti del racconto, che rispunta in Italia nei primi anni del XVI secolo nella seconda centuria dei racconti di Lorenzo Bevilacqua, rinominatosi latinamente Laurentius Abstemius, letterato marchigiano vissuto nella seconda metà del Quattrocento, ma si tratta di una versione breve e piuttosto incolore (Grunii Corococtae Porcelli Testamentum etc., Fano, Soncino 1505, c. D4). Sarà invece con la Favola machiavelliana che, circa venti anni più tardi, questa storia conoscerà la sua versione più famosa, con due novità sostanziali. La prima è che la venuta del diavolo sulla terra consegue a una decisione di Plutone; la seconda, che a far da complice e poi a contrastare il diavolo non è più un medico ma un contadino. Novità interessante quest’ultima, perché salda il tema misogino con quello, anch’esso di origine medievale, della furbizia contadina, diffuso nella novella italiana del XV secolo e che avrà agli inizi del XVII con il Bertoldo di Giulio Cesare Croce la sua opera più rappresentativa.
4
Il testo della Favola lo leggiamo in un autografo di Machiavelli custodito presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, il Banco Rari 240, manoscritto che contiene anche la seconda redazione del volgarizzamento dell’Andria e la Serenata, un poemetto amoroso in 33 ottave. Disporre di un autografo mette gli studi in una condizione favorevole riguardo all’autorevolezza del testo, ma bisogna anche dire che Machiavelli non curava particolarmente i suoi manoscritti. Non li corredava di informazioni aggiuntive, soprattutto non li datava. Insomma, Machiavelli non lavorava da filologo, per cui la filologia si è trovata spesso a dover rintracciare all’interno dei testi gli indizi utili a ricostruire la loro cronologia. La Favola è stata a lungo collocata tra il 1518 e il 1520, dunque avanti sia alla Vita di Castruccio Castracani sia alle Istorie fiorentine. Fu Adolph Gerber a proporre questa datazione in un volume sugli autografi machiavelliani (Gerber 1912, pp. 43-47), cronologia che Paolo Ghiglieri in un lavoro successivo sugli usi grafici di Machiavelli avrebbe confermato (Ghiglieri 1969). Oggi, potendo noi disporre di una base più larga di autografi e soprattutto di nuovi strumenti d’indagine, il tempo di composizione della Favola va riconsiderato.
Segnalo intanto qui per la prima volta un elemento piuttosto oggettivo che, seppure di qualche anno, sposta in avanti la collocazione tradizionale dell’opera. Si legge nel testo che, per accertare la verità su quanto i dannati attribuivano alle mogli, «fu deliberato per lui [da Plutone] di avere sopra questo caso con tutti gl’infernali prìncipi maturo essamine». Ebbene, maturo essamine è espressione che Machiavelli aveva ascoltato a Carpi nel maggio del 1521 dai Frati minori che tenevano in quella città il loro Capitolo generale. Niccolò vi era stato inviato dagli Otto di Pratica, su richiesta del cardinale Giulio de’ Medici, perché ottenesse che i conventi francescani del dominio fiorentino fossero scorporati da quelli del resto della Toscana. Alla richiesta che veniva da Firenze il ministro generale e i capi italiani dell’ordine risposero che «habito prius maturo examine», cioè dopo aver considerato attentamente la questione, non potevano giungere a una deliberazione senza interpellare il Capitolo generale. Della cosa non si farà nulla, ma l’accortezza politica dei frati nel tergiversare su una questione molto delicata mettendo avanti un’attenta valutazione della cosa, dovette piacere particolarmente a Niccolò, che non solo citò alla lettera l’espressione nel dispaccio di risposta al cardinale del 20 maggio 1521 (LCSG, VII, p. 158), ma la mise addirittura in bocca a Plutone nella sua orazione infernale. Plutone, dunque, mostrava la stessa saggia ponderazione dei frati riuniti a Carpi. Una cosa del genere solo l’umorismo sottile di Machiavelli poteva concepirla. Ai fini della datazione della Favola il riscontro suggerisce di considerare il maggio del 1521 terminus post quem per la composizione del testo.
Ma non basta: un’indagine sugli usi grafici di Machiavelli condotta con strumenti informatici (Stoppelli 2005, pp. 40-41; Stoppelli 2007, pp. 20-21) suggerisce di abbassare quel termine al 1525, almeno per quanto riguarda la trascrizione nell’attuale Banco Rari 240. Quella redazione era certamente una messa in pulito da una stesura precedente, che non doveva comunque precedere di molto quella data. A sostegno di una datazione della Favola di sei o sette anni più bassa rispetto a quanto a lungo ritenuto, concorrono anche ragioni di ordine critico.
Gli studiosi sono generalmente d’accordo che all’interno della Favola l’orazione di Plutone costituisce il momento di maggiore originalità. Mario Martelli (Martelli 1990, pp. 30-32), richiamandosi anche a studi precedenti, ha ricordato la presenza del concilio infernale in più testi della letteratura religiosa toscana. Minòs parla ai diavoli nella Rappresentazione del dì del giudizio di Feo Belcari e Antonio Araldo. Lo stesso fa Lucifero nel Sermo XLII del quaresimale De Christiana Religione di san Bernardino, peraltro apostrofando i diavoli con l’appellativo di «Dilectissimi superbiae filii, inferni principes» («dilettissimi miei», si legge in Machiavelli). Le radici del tema sono nel teatro religioso medievale, ma il precedente più calzante invocato da Martelli, anche in ragione dei suoi risvolti parodici, è il discorso di Satana nel cap. IX del primo libro del Filocolo di Boccaccio, che peraltro si conclude proprio con un trasferimento del principe dell’inferno sulla terra sotto l’aspetto di «nobilissimo cavaliere».
Nella ricerca di precedenti della Favola non si può tuttavia non considerare che nelle Istorie fiorentine le orazioni fittizie sono una componente importante della maniera di Machiavelli di raccontare la storia. Questa tecnica, che è ripresa dalla storiografia classica e umanistica, comporta anzitutto una teatralizzazione dei fatti, una vivacizzazione del racconto che comunica la sensazione dell’accaduto. L’orazione poteva però anche servire allo storico per dare una rappresentazione degli avvenimenti che, a seconda dei casi, era utile a esprimere o a schermare il suo reale punto di vista. Un espediente retorico si trasformava così in un sottile strumento interpretativo. Machiavelli introduce i discorsi per la prima volta nel secondo libro delle Istorie, non lo aveva mai fatto nella Vita di Castruccio Castracani, la sua precedente opera storica. Che il discorso di Plutone ai diavoli, malgrado la sua struttura piuttosto semplice, abbia attinenza con le orazioni delle Istorie fiorentine è cosa difficile da disconoscere, anche in ragione di certe coincidenze di organizzazione della materia. Ad esempio, avviare il discorso descrivendo uno stato di fatto o una condizione da tutti riconosciuta e registrare alla fine l’effetto prodotto sull’uditorio dalle parole dell’oratore. Affiorano però anche rispondenze precise. La formula che introduce il discorso nella Favola – «parlò Plutone in questa sentenza» – è identica a quella che introduce ben undici volte le orazioni nelle Istorie fiorentine (vd. p. 4 n. 9). Il vocativo «dilettissimi miei» con cui Plutone si rivolge ai diavoli ha qualcosa in comune, oltre che, come già ricordato, con l’apostrofe di Satana in san Bernardino, anche con il modo in cui Benedetto Alberti si rivolge ai membri della sua consorteria: «Voi vedete, padri e maggiori miei, come la fortuna...» (Ist. fior., III 23 7). Nel terzo libro ancora delle Istorie (III 5 1) così si era espresso un anonimo cittadino: «Dubitavano molti di noi, magnifici Signori, di essere insieme, ancora che per cagione publica, per ordine privato, giudicando o come prosuntuosi essere notati o come ambiziosi condannati»; ed è difficile non vedere degli elementi ricorrenti in questo passaggio dell’orazione di Plutone: «dubitiamo che, dando iudizio sopra questa relazione, ne possiamo essere calunniati come troppo creduli, e non ne dando come manco severi e poco amatori della iustizia». Riscontri che sono sufficienti ad apparentare l’orazione di Plutone e quelle delle Istorie a una medesima tipologia discorsiva, il che rende molto improbabile una sequenza cronologica che metta la Favola davanti alle Istorie. È troppo grande, infatti, la differenza di impegno fra le due opere per accettare che le orazioni delle Istorie fiorentine possano avere avuto origine dall’esperimento della Favola. Insomma, anche per questo verso, se a contendersi la composizione del Belfagor machiavelliano restano le date del 1518-20 e del 1525-26, è la seconda quella che si presta meglio a inscrivere il testo. Anche perché, ulteriore elemento a favore della datazione più bassa, il lessico della Favola ha numerose ricorrenze proprio con quello delle Istorie (Stoppelli 2007, pp. 48-67).
5
Da quanto in precedenza detto, la Favola di Machiavelli si colloca alla fine di un lungo percorso della storia del diavolo che prende moglie. In essa, tuttavia, non possiamo non riconoscere alcuni scompensi dell’intreccio. Intanto coesistono quattro nuclei narrativi non bene coesi: 1) il prologo infernale; 2) il diavolo che prende moglie; 3) la fuga del diavolo e il patto tra lui e il contadino; 4) la serie degli esorcismi e la trovata finale. Nel passaggio dall’uno all’altro cambiano le funzioni protagonista-antagonista. Nel primo tempo protagonista è Plutone; nel secondo lo è Belfagor/Roderigo con antagonista evocata la moglie; nel terzo la coppia protagonista-antagonista è Roderigo-Gianmatteo; nel quarto gli stessi, ma a ruoli invertiti. A Belfagor sono date prima della partenza dall’inferno condizioni tassative: dover restare nel matrimonio dieci anni, con uniche sue risorse l’inganno e l’astuzia, ma nessun potere diabolico. Il che non si verifica, né di ciò si dà giustificazione. Roderigo resterà accanto alla moglie molto meno dei dieci anni stabiliti e, prima di far ritorno in inferno, farà ricorso proprio alle sue facoltà demoniache, impossessandosi di tre donne. Una delle morali della favola (scontata) è che la vita matrimoniale è addirittura peggiore di quella infernale. Ma l’inferno che risulta dal racconto è invece qui descritto (cosa per nulla scontata) come un regno ben ordinato guidato da un principe prudente e saggio. Nel corso della narrazione si fa tuttavia cenno alla sconfinata superbia di Lucifero. Dunque due re infernali, Plutone e Lucifero? No, soltanto la sovrapposizione occasionale della mitologia cristiana a quella classica, che è un ulteriore elemento di incertezza narrativa. Si potrebbero fare anche altre osservazioni, chiedendosi per esempio come debba spiegarsi l’anacronismo di rendere coevi Carlo III d’Angiò, re di Napoli tra il 1382 e il 1386, se è lui il re Carlo del racconto (vd. p. 17 n. 2), e Luigi VII re di Francia (1137-80).
Sono incongruenze su cui è stata richiamata più volte l’attenzione. Già Antonio D’Andrea (D’Andrea 1993, pp. 129-52) parlò di «coesione problematica» dell’intreccio. Saggi parzialmente svalutativi sono anche quelli di Sante Matteo (Matteo 2002) e Marco Arnaudo (Arnaudo 2005). Opinioni che contrastano con quella di Mario Martelli, che parla di «una struttura geometricamente perfetta» (Martelli 1971, pp. XI-XX); e sulla sua scia di Filippo Grazzini (Grazzini 1990), che riconosce alla Favola «sapienza stilistico-retorica», carattere di «opera sorvegliatissima». Certo la sequenza narrativa segue l’andamento delle fonti, ma è l’impronta realistica che ha il testo di Machiavelli (la definizione precisa dei luoghi teatro della vicenda, il riferimento ai costumi di Firenze e alle ragioni economiche che ne regolano la vita, la verità storica e sociale dei personaggi) a mettere in evidenza contraddizioni che non esisterebbero se il racconto avesse conservato l’originario tenore favolistico. Un exemplum, dilatato in favola da Le Fèvre (il titolo machiavelliano Favola è del resto un riconoscimento dell’inverosimiglianza della vicenda), viene rivestito di panni novellistici e in parte anche storici, per giunta con un’accentuazione del colore municipale, come nelle novelle di Sacchetti o in quella del Grasso legnaiuolo. Ma tutto questo, ed è l’ultima sorpresa che riserva il testo, non è da riconoscere a Machiavelli.
6
A Firenze, nel 1549, Guido Machiavelli, figlio di Niccolò, dava il suo benestare allo stampatore Bernardo Giunti perché pubblicasse un’edizioncina di testi letterari fino ad allora inediti del padre (L’Asino d’oro di Niccolò Machiavelli ecc.), comprendente, oltre alla Favola, che chiude il volumetto, appunto l’Asino, i capitoli Dell’Occasione, Di Fortuna, Dell’Ingratitudine, Dell’Ambizione e i due Decennali, il primo dei quali peraltro già edito. Nella dedica dello stampatore a Marino de’ Ciceri apprendiamo che la ragione dell’edizione riguardava principalmente la Favola, gli altri testi servivano di accompagnamento:
E perché la sua novella del Demonio che prese moglie non andasse sola, l’abbiamo voluto accompagnare a queste cose e restituirla come cosa propria al fattor suo, accioché come parto abandonato non fosse (come già non so chi s’ha pensato di fare) prosontuosamente usurpata da persona ch’ama farsi onor degli altrui sudori: quel che s’è visto fare di alcune altre cose del Machiavello.
Dunque quel volumetto intendeva prima di tutto ristabilire la paternità di Machiavelli sulla novella del diavolo, usurpata da qualcuno a cui era piaciuto «farsi onor degli altrui sudori». A chi si riferiva Bernardo Giunti non è difficile scoprirlo: si trattava di monsignor Giovanni Brevio, che in un libro stampato qualche anno prima con dedica al cardinale Alessandro Farnese (Rime e prose volgari di M. Giovanni Brevio, Roma, per Antonio Blado, 1545) aveva messo insieme nella seconda sezione del volume una raccolta di sei novelle, l’ultima delle quali portava appunto il titolo Belfagor arcidiavolo, considerata a Firenze un plagio del testo di Machiavelli. La novella è riportata qui alle pp. 34-44 [Documenti, 4].
Della vita di Brevio, prete e letterato veneziano nato nella seconda metà del Quattrocento e morto dopo il 1545, si conosce poco, ma ai suoi tempi non era propriamente un carneade. Fu in relazione coi maggiori letterati del suo tempo, da Bembo e Della Casa ad Aretino e Berni. L’opera di Brevio è racchiusa interamente nell’edizione romana di Blado. Si tratta in realtà di una compilazione eterogenea, dove si mescolano poesie amorose, un volgarizzamento da Isocrate, operette di contenuto morale, infine le sei novelle già dette. L’autore dichiara di essere stato sollecitato dalle pressioni degli amici a pubblicare quelle che, nella dedica del volume al cardinal Farnese, definisce «giovanili fatiche».
Per quanto riguarda la novella di Belfagor, non sappiamo se e come Brevio reagì all’accusa di plagio. Alla data del 1549 potrebbe essere addirittura già morto. Ma che la novella non fosse farina del suo sacco lo si diceva a Firenze ancora prima della restituzione ufficiale di paternità operata dall’edizione giuntina. In una lettera del 10 marzo 1547 Anton Francesco Doni metteva al corrente Francesco Revesla delle opere sia altrui sia proprie che si accingeva a stampare (Lettere del Doni. Libro secondo, in Fiorenza, 1547, p. 61). Nell’elenco lunghissimo sono mescolati libri veri e libri immaginari, com’era nella maniera di Doni; e tra i progetti fittizi figura anche il seguente: «Novelle e altre prose di Messer Giovanni Brevio copiate dall’originale di mano propria di Nicolò Machiavegli». Era un modo per portare a conoscenza del mondo dei letterati il plagio di Brevio. Di fatto Doni possedeva una copia manoscritta del Belfagor machiavelliano, che infatti avrebbe dato alle stampe nel 1551 all’interno della Seconda Libraria. Così, nel giro di pochi anni, quello che sarebbe stato il tentativo maldestro di Brevio di far passare come propria un’opera altrui era, per l’intervento dei letterati fiorentini, miseramente fallito. Ma le cose erano andate davvero come i promotori della giuntina e Doni credevano? Il carattere tumultuoso delle attività editoriali in Italia nei decenni centrali del XVI secolo suggerisce di non prendere per oro colato quanto viene dichiarato anche in buona fede da stampatori e letterati. Dunque non resta che affidarsi al confronto delle redazioni di Machiavelli e di Brevio per scoprire cosa sia realmente accaduto.
La novella di Brevio apre con una dedica ai giovani (nelle cinque novelle precedenti destinatarie erano state le donne), che quella di Machiavelli non ha. Quindi si legge del concilio infernale, durante il quale viene presa la decisione di inviare il diavolo sulla terra a fare esperienza del matrimonio. Machiavelli teatralizza questa scena mettendo un’orazione in bocca a Plutone. Nel seguito del racconto solo piccole differenze, alcune però di una certa significatività nell’economia della narrazione. Tra le condizioni che Belfagor facendosi uomo dovrà accettare sono «tutti que’ disagi et mali, co’ quali la nimica fortuna gli huomini di questo mondo in diversi modi affligge et tormenta». Così genericamente Brevio. Maggiore concretezza in Machiavelli, dietro la quale potrebbe anche essere un’eco dei suoi passati casi personali: «quegli disagi e mali che sono sottoposti gli uomini, e che si tira drietro la povertà, le carcere, la malattia e ogni altro infortunio nel quale gli uomini incorrono». Quindi continua Brevio: «Et con questo di giunta: che egli né con inganno né con astutia alcuna se ne riparasse giamai». Questo dettaglio non corrisponde al racconto, dato che Roderigo, fuggendo di buon mattino da Firenze, esercita l’astuzia per liberarsi in un sol colpo della moglie e dei creditori. Più pertinente la precisazione di Machiavelli: «eccetto se con inganno o astuzia se ne liberassi». Cioè, Roderigo potrà sottrarsi ai disagi solo esercitando facoltà umane come l’inganno e l’astuzia, non quelle diaboliche, che se fossero state messe in campo non avrebbero reso probante la sua esperienza sulla terra. Alla fine Belfagor, impossessandosi delle tre donne, farà comunque ricorso al suo potere demoniaco.
Sia in Brevio sia in Machiavelli i nomi dei luoghi e dei personaggi coincidono, con una sola differenza: la donna che Roderigo sposa si chiama Ermellina in Brevio, in Machiavelli Onesta. Il nome di Brevio è realistico; sotto quello di Machiavelli traspare invece la figura proverbiale di monna Onesta da Campi, ricorrente nella letteratura quattrocentesca fiorentina come personificazione della virtù ipocrita femminile (Ageno 1958, pp. 73-78): è nel Morgante di Pulci (XXII 227) e prima di lui in Burchiello nella variante “suor Onesta” nel sonetto Manze d’ovili e cavoli fioriti, ritornerà nel secolo successivo in Aretino, Caro, Cecchi, Varchi e altri. La moglie di Roderigo nella novella di Machiavelli si discosta dunque onomasticamente dagli altri personaggi per connotarsi in senso letterario. Avendo come moglie un’infinità di difetti ma non quello, come avrebbe detto il Burchiello, «di far le fusa torte al suo marito», quel nome tradizionalmente antifrastico diventa nello stesso tempo vero e falso, proprio come nella Mandragola sono veri e falsi i nomi di Callimaco, Lucrezia, Nicia e Timoteo.
Allungando ancora lo sguardo qua e là sulle differenze esistenti fra i due testi, osserviamo che, nel descrivere l’attenzione creatasi intorno al ricco forestiero calato all’improvviso in Firenze, Machiavelli lascia il segno della sua capacità d’osservazione e di sintesi quando scrive che a Roderigo si offrivano «molti nobili cittadini, che avevano assai figliole e pochi danari». Questa notazione sociologica, efficace nella sua brevità, in Brevio manca. Inoltre, a proposito del rifiuto di Belfagor di voler ancora ubbidire agli scongiuri di Gianmatteo dopo il caso della figlia del re di Napoli, in Brevio il preavviso della fine del patto era stato dato dal diavolo al contadino dopo l’esorcismo fiorentino con un semplice «non mi dar più noia». Un avvertimento troppo sibillino e soprattutto troppo a distanza per essere in grado di sostenere la svolta decisiva del racconto e il successivo scioglimento. Machiavelli, analogamente a Brevio, dopo l’esorcismo fiorentino scrive: «né poi mi darai più briga»; ma a differenza di lui rende plausibile lo scioglimento finale facendo dire al diavolo parole di avvertimento ben altrimenti esplicite dopo il caso risolto positivamente a Napoli: «Tu vedi, Gianmatteo, io ti ho osservato le promesse di averti arricchito. E però, sendo disobligo, io non sono più tenuto di cosa alcuna. Pertanto sarai contento non mi capitare più innanzi, perché, dove io ti ho fatto bene, ti farei per lo avvenire male». In Brevio questo non c’è. Perché il diavolo intenda inaspettatamente rompere il sodalizio non è detto neppure in Machiavelli (fa parte della storia), ma almeno qui Gianmatteo ha cognizione piena di cosa gli sarebbe accaduto se avesse osato ancora scongiurare Belfagor. Le parole del diavolo sono state chiarissime: non c’è sorpresa né inganno. E di conseguenza in Machiavelli si dà molto più spazio che in Brevio alla riluttanza di Gianmatteo a fronteggiare Belfagor nel nuovo caso della figlia del re di Francia.
Un passaggio invece in cui è Brevio ad aggiungere un particolare assente in Machiavelli si coglie nel finale. Al cenno fatto da Gianmatteo col cappello, i suonatori cominciano a fare strepito a uno degli angoli della piazza e poi muovono in corteo verso il palco al centro di essa. Il diavolo chiede preoccupato cosa stia accadendo e Machiavelli fa dire al contadino: «Oimè, Roderigo mio! quella è mogliata che ti viene a ritrovare». Ci potremmo chiedere, essendo il tenore del racconto realistico, come fa Gianmatteo a convincere di questo il diavolo. Se era così facile per Gianmatteo osservare cosa stava accadendo e riconoscere anche a distanza la moglie di Roderigo, non avrebbe potuto Belfagor gettare uno sguardo e scoprire la verità? E infatti Machiavelli aggiunge, a rendere più plausibile la scena, che fu tanta l’alterazione del diavolo al solo sentire nominare la moglie che, «non pensando s’egli era possibile o ragionevole se la fussi dessa, sanza replicare altro, tutto spaventato se ne fuggì». In Brevio invece, quando il diavolo chiede cosa sia quel fracasso, Gianmatteo, «sembiante facendo di non saperne nulla et di dimandarne alcuno de’ circostanti, tutto sbigottito disse: “Oimè, fratelmo! quella che ne viene in qua, accompagnata da que’ suoni, è moglieta”». Come spiegare questa differenza di soluzioni?
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Se conteggiamo quanto del testo di Machiavelli corrisponde alla lettera a quello di Brevio, possiamo valutare percentualmente le differenze che corrono tra l’una e l’altra versione. La novella di Machiavelli conta circa 16.200 caratteri, dei quali 5700 appartenenti a parole che in corrispondenza sono le stesse in Brevio: poco più del 35 per cento. Questo significa che il testo di Machiavelli è letteralmente identico a quello di Brevio per poco più del 35 per cento. Se poi passiamo alla valutazione critica dei luoghi non coincidenti, l’evidenza di maggiore interesse è che tutto ciò che è riconducibile alla lingua e allo stile di Machiavelli (ricorrenze lessicali, associazioni concettuali, movenze sintattiche, invenzioni particolari) è assente in Brevio (Stoppelli 2007, pp. 29-67). Se ne ricava che, se Machiavelli fosse stato la fonte di Brevio, come a Firenze si credeva, dovremmo riconoscere al letterato veneziano la capacità di depurare il testo di Machiavelli di tutto ciò che era caratteristico della lingua e dello stile di lui, cosa non solo impraticabile ma addirittura inconcepibile.
E se Brevio non ha ripreso Machiavelli, i casi sono due: o Machiavelli ha ripreso Brevio oppure l’uno e l’altro hanno riscritto ciascuno a suo modo un testo in circolazione che raccontava del matrimonio e delle altre avventure del diavolo sulla terra. La prima ipotesi (Machiavelli rifà Brevio) sarebbe effettivamente più plausibile del suo contrario, tanto è vero che Giovanni Papanti (Papanti 1871, p. 204) propose la trafila Brevio-Machiavelli. Senonché, questioni cronologiche a parte, si dovrebbe poi spiegare come sia possibile che numerose movenze decameroniane (di fraseologia, di lessico) siano presenti in Brevio e manchino in Machiavelli (anche in questo caso una scrostatura?). E inoltre spiegare come Machiavelli possa coincidere con Le Fèvre contro Brevio circa l’elencazione degli strumenti con cui si fa fracasso nell’ultima scena, particolare saltato da Brevio. Ma sarebbe anche arduo concepire come uno scrittore veneziano potesse cimentarsi nella stesura di una storia che è fiorentina fin nelle midolla, banalizzando peraltro il nome di san Giovanni Gualberto, santo fiorentino vissuto nell’XI secolo e fondatore dell’ordine dei Vallombrosani, in san Giovanni Alberto. Non resta dunque altra possibilità che riconoscere l’esistenza di una fonte comune, oggi perduta, rimaneggiata indipendentemente dai due scrittori.
Ritornando a quanto detto poco prima, anche il finale divergente nei due testi su come Belfagor apprende l’arrivo della moglie si spiegherebbe con l’assenza di questo particolare nel testo perduto, a cui i due rifacimenti avrebbero supplito ciascuno a suo modo. Che Machiavelli avesse rielaborato un testo in circolazione è ipotesi che Letterìo di Francia aveva già prospettato, anche se dopo di lui nessuno ha più ripreso l’argomento. Queste le sue parole: «Toccò dunque all’autore della Mandragola la meritata fortuna d’imbattersi nuovamente in una redazione più logica e compiuta, in cui le due correnti di satira tradizionale, contro le donne e contro i villani, dovevano probabilmente presentarsi già fuse e accoppiate insieme dal lavorio della trasmissione di bocca in bocca» (Di Francia 1924, I, p. 693). Ma non si trattava di trasmissione di bocca in bocca, bensì di un testo scritto ben strutturato.
Ricapitolando, l’invenzione del racconto di Belfagor che prende moglie a Firenze, con tutto quello che segue, non sarebbe né di Machiavelli né di Brevio, ma di un Anonimo che avrebbe adattato il racconto di Le Fèvre all’ambiente fiorentino, attribuendo a una vicenda favolistica un’identità cittadina fatta di luoghi precisi, personaggi storici, usi e abitudini congruenti con quelli propri fiorentini. L’Anonimo ipotizzato sembra aver davvero frequentato le storie cittadine, come suggerisce Machiavelli con il riferimento alle «antiche memorie delle fiorentine cose». Ma dal punto di vista narrativo la sua trovata più originale, che per importanza non è da sottovalutare, resta quella di aver saldato il tema antifemminile e antiuxorio del diavolo che prende moglie con quello della satira del villano. Una novella spicciolata, dunque, che recuperava contaminandoli motivi esemplari di origine medievale (le nozze del diavolo con la cattiva moglie), luoghi comuni del teatro religioso (il diavolo beffato) e più attuali temi novellistici (il contadino astuto). Va ricordato che le spicciolate sono un genere quattrocentesco, soprattutto fiorentino, costituito di novelle circolanti in forma sciolta, cioè non organizzate all’interno di una cornice come nel Decameron e neppure strutturate in libro come nel Trecentonovelle di Sacchetti. Molte spicciolate sono peraltro anonime (Martelli 1989), com’è anonima la già ricordata Novella del grasso legnaiuolo, la più bella della letteratura volgare quattrocentesca.
Per quanto riguarda Machiavelli, non meraviglia certo che egli abbia potuto avere interesse a una storia che metteva in satira per più versi i costumi della sua città (la mania del lusso e delle spese eccessive, l’aggressività degli usurai, la credulità religiosa) e l’abbia nuovamente raccontata impegnandovi la sua fantasia. La riscrittura della novella, con numerosi passaggi della fonte conservati intatti, non può essere considerata plagio (peraltro il concetto moderno di plagio si applica in maniera inappropriata a un testo rinascimentale), trattandosi di un esercizio destinato a rimanere fra le sue carte.
Circa i rapporti di Machiavelli e Brevio con la fonte comune, sembra verosimile che nell’insieme la novella di Brevio resti più aderente a essa, ma è opportuno tenere a freno la curiosità di voler indagare fino in fondo cosa sia stato l’originale, evitando così di essere trascinati nella deriva delle supposizioni. Fra le aggiunte di Brevio mi limiterei a segnalare la punzecchiatura alla scarsa avvenenza degli spagnoli («Era Roderigo, come che spagnuolo fosse, di vago et delicato aspetto») e forse la spiritosaggine sulla via d’ingresso del diavolo nel corpo delle donne («Et in quale entrerai tu, et per qual buco?»).
Nel racconto di Machiavelli rimandano a lui tutte le parti dell’intreccio che si riscontrano con il suo stile. Ma il contributo sostanziale apportato alla fabula è, come già detto, la drammatizzazione del concilio infernale, con la conseguente descrizione dell’inferno come un regno ben ordinato, retto da un principe ideale. È con questo che Machiavelli trasferisce il racconto nei suoi territori. Ne consegue un’idea rovesciata della terra e dell’inferno: l’inferno vero è qui sulla terra, e anche il diavolo appena può preferisce fuggirne. Ha scritto Michele Ciliberto: «Per Machiavelli l’inferno è lo speculum di un mondo ideale, che serve a far risaltare la miseria di quello umano» (Ciliberto 2019, p. 181). Dunque è necessario focalizzare l’attenzione su questo spunto, peraltro non isolato nell’opera dello scrittore fiorentino. Che l’inferno non fosse così brutto come lo si dipingeva Machiavelli l’aveva già sostenuto in una battuta della Mandragola (IV, 1) mettendo in bocca a Callimaco queste parole: «El peggio che te ne va è morire e andarne in inferno: e’ son morti tanti degli altri! e’ sono in inferno tanti uomini da bene! Ha’ti tu da vergognare d’andarvi tu?». Anche tra i “Detti” che chiudono la biografia di Castruccio Castracani ce n’è uno che sfiora lo stesso argomento: «Dimandato se, per salvare l’anima, ei [Castruccio] pensò mai di farsi frate, rispose che no, perché gli pareva strano che fra Lazzero [figura proverbiale di frate corrotto] ne avessi ad ire in paradiso e Uguccione della Fagiuola [condottiero valoroso] nello inferno» (Castruccio, 175). Per non dire del cosiddetto sogno di Machiavelli morente, durante il quale avrebbe espresso il desiderio di andare in inferno a ragionare di politica con gli spiriti dei grandi piuttosto che in paradiso a far compagnia a una turba di poveri cenciosi. Scriveva Luigi Russo a conclusione della sua analisi della Favola: «Ridurre una novella così complessa al solo motivo antiuxorio significa proprio rimpicciolirla e schematizzarla. Qui c’è ancora una volta il genio demoniaco dello scrittore, che con le sue speculazioni ha rovesciato i valori della formale vita morale e della politica concepita astrattamente per vecchie regole» (Russo 1966, p. 164). Rispetto a questo giudizio, che conserva il suo valore anche in relazione a una responsabilità parziale dello scrittore, la critica successiva non ha fatto progressi di rilievo. Che la fonte comune a Machiavelli e Brevio possa un giorno essere dissepolta dagli archivi fiorentini o dai fondi manoscritti di qualche biblioteca resta una possibilità remota, ma, come sempre in casi del genere, non può essere esclusa.
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Quello che avvenne della novella di Belfagor dopo la pubblicazione di Brevio aggiunge poco riguardo a Machiavelli. Collazionando il testo della giuntina e la redazione inserita da Doni nel 1551 nella Seconda Libraria risulta che risalgono entrambi a un intermediario comune che è copia dell’attuale Banco Rari 240. Dunque la novella ebbe nella prima metà del Cinquecento una circolazione manoscritta a Firenze. Quando Doni nell’introduzione al testo da lui pubblicato dichiarò di avere in mano l’originale, si riferiva in realtà a una copia. Poi, proprio lui che accusava Brevio di aver “strapazzato” il testo di Machiavelli, non si peritava di riscriverlo alla sua maniera fino a tutto il discorso di Plutone, spacciando dunque anche questa parte come machiavelliana. Così dalle riscritture si scivolava nelle falsificazioni. Ed è da aggiungere che la storia del diavolo che prende moglie è raccontata in questi stessi anni anche da Straparola nelle Piacevoli notti (notte II, favola 4), ma senza attinenza con il Belfagor machiavelliano. E fra le Cento novelle assemblate da Francesco Sansovino nel 1561, opera che avrebbe avuto numerose edizioni negli anni a seguire, la novella IV della giornata VII era ancora quella del diavolo, ma nella versione raccontata da Straparola. Successivamente la storia travalicherà i confini cronologici del secolo XVI e quelli geografici dell’Italia per offrire spunti in Inghilterra per alcune pièces teatrali (Ben Jonson, The Devil Is an Ass, 1616; John Wilson, Belphegor or The Marriage of the Devil, 1692) o in Francia a un racconto di La Fontaine. Una traduzione francese del Belfagor di Machiavelli fu realizzata nel 1661 da Tanneguy Le Fèvre e da questa fu ricavata poco dopo una versione danese (Camiz-Segala 2019); nel 1668 si registra anche una traduzione neederlandese. In Italia, dopo il ritorno occasionale nel 1673 ne L’utile col dolce ecc. del gesuita Carlo Casalicchio, una raccolta di arguzie, fatti e detti (Moriconi 2013, pp. 53-58), la storia del diavolo ha nel Settecento un sussulto di vitalità in una novella in terza rima di Giovan Battista Fagiuoli (Le nozze del diavolo, pubblicata da C. Arlìa nel 1886). Un ritorno del nostro diavolo si ha ancora nell’Ottocento in un racconto di Thackeray (The Devil’s Wager) e nel Novecento in una commedia in quattro atti di Ercole Luigi Morselli dal titolo Belfagor (composta tra il 1918 e il 1920, ma a stampa solo nel 1930), che prende le mosse da Machiavelli per indirizzare la vicenda in tutt’altra direzione; da essa Ottorino Respighi realizzerà nel 1923 un melodramma dallo stesso titolo su libretto di Claudio Guastalla, che intanto aveva sostituito Morselli, morto nel 1921, nella riduzione melodrammatica. Ma un Belfagor musicale di Giovanni Pacini su libretto di Antonio Lanari era già stato messo in scena a Firenze nel 1861 (Moriconi 2013, pp. 167-83). Anche Pirandello a fine Ottocento si cimentò in un poemetto (Belfagor) ispirato alla novella di Machiavelli. Nel 1966, ultimo atto di questa storia, il regista Ettore Scola, ispirandosi molto liberamente a Machiavelli, avrebbe portato sullo schermo le vicende di Belfagor sulla terra nel film L’arcidiavolo, protagonista Vittorio Gassman. Intanto il motivo si era anche disperso nei rivoli della tradizione folclorica (Chirumbolo 2003, pp. 27-33).
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A complemento dell’edizione della Favola di Machiavelli si stampa qui in Appendice un curioso testo volgare fiorentino di fine Quattrocento che ha avuto finora la sua unica edizione nella rivista online «Arnovit. Archivio novellistico italiano dal Novellino a Basile» (2016, 1, pp. 165-221), per le cure di Angela Maria Iacopino. Fu Di Francia ad associarlo alla Favola di Machiavelli (Di Francia 1924, I, pp. 693-94), ma dopo di lui sarebbe uscito dall’orizzonte degli studi fino a quando capitò a me di richiamarvi l’attenzione (Stoppelli 2007, pp. 73-75). Si tratta di un’operetta adespota e anepigrafa consegnata a un elegante codicetto in pergamena che porta la data 1489, attualmente nel fondo Antinori (ms. 130) della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Racconta la storia di una possessione che sarebbe avvenuta a Firenze nel 1466 e nella quale in una serie di 95 capitoletti viene dispiegata l’intera casistica, direi addirittura una summa, dell’agire del diavolo in situazioni di impossessamento. L’indemoniata è una fanciulla di vent’anni di nome Antonia, che il padre affida al cognato di lei, un fabbro chiamato Fruòsino. Nel corso del racconto il fabbro e il diavolo acquistano progressivamente il carattere di una coppia comica, con il fabbro che viene più volte preso a ceffoni dal diavolo. Nel catalogo manoscritto del fondo Antinori della Biblioteca Medicea Laurenziana è registrato come «Storia di uno spirito in una fanciulla di anni 20 chiamata Antonia figlia di Giov[anni] d’Agnolo da san Godenzo scopertosi l’anno 1466», descrizione da cui ho tratto il titolo della mia edizione. La data di composizione è posteriore al 1478 (si fa riferimento alla congiura dei Pazzi e alla morte di Giuliano de’ Medici), ma non dovrebbe precedere di molto l’anno 1489 apposto sul manoscritto.
L’operetta si avvicina strutturalmente a un altro testo fiorentino quattrocentesco, anch’esso anonimo, Detti e facezie del Piovano Arlotto, edito da Gianfranco Folena nel 1953. E infatti ha carattere novellistico più che cronachistico ed è ricca di spunti narrativi popolareggianti, con il diavolo che entra ed esce dal corpo dell’indemoniata, ma sempre scornato. È un diavolo bonaccione, e anche un po’ mattacchione, pentito di aver parteggiato per Lucifero nel suo ribellarsi contro Dio. In paradiso, prima della caduta, dichiara di aver fatto il cuoco, per cui non è in grado di parlare latino, come di solito avveniva nelle possessioni, ma è comunque in grado di citare un’epistola paolina. Caratterizzato da una prosa con evidenti pretese di eleganza letteraria, sintatticamente complessa, ricca di endiadi e dittologie sinonimiche, infarcita di latinismi crudi e punteggiata dal frequente ricorso al discorso diretto libero, il testo sembra essere di provenienza ecclesiastica, se non addirittura monastica, con un intento di gustosa parodia nei confronti degli impossessamenti e dei riti esorcistici. Il tutto forse un po’ anche a caricatura (se non ad autocaricatura) dei monaci vallombrosani, tra i cui monasteri l’indemoniata si muove. La vicenda si conclude con una certificazione della verità dei fatti attribuita a una figura di prestigio come il vescovo Antonio degli Agli e a un rudimentale componimento di quattro distici, nel quale si ascrive a san Giovanni Gualberto, il fondatore dell’ordine vallombrosano, la liberazione definitiva della giovane ossessa. Anche nella novella di Belfagor si riconosce a san Giovanni Gualberto la virtù miracolosa di esorcizzare il demonio, ma nelle storie fiorentine il ricorso a questo santo in caso di possessioni era imprescindibile.
Fra il testo dell’Antinori e il supposto Anonimo di Belfagor, a cui si dovrebbe per ragioni cronologiche far riferimento, non esiste alcuna relazione, né è possibile stabilire priorità. È sufficiente constatare che nella cultura volgare fiorentina di fine Quattrocento le possessioni demoniache incontravano interesse come tema narrativo, un interesse che veniva però declinato nel registro del comico e non, come nella letteratura devota dei secoli precedenti, sul piano dell’esemplarità religiosa.
Nota ai testi
Il testo della Favola è condotto sul ms. Banco Rari 240 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, autografo di Machiavelli, dove occupa le cc. 1-7r. Le sue misure sono mm. 160 × 110. Fu allestito dall’autore per dare veste definitiva alla sua versione della novella di Belfagor. Il titolo è riportato con le lettere disposte a triangolo rovesciato:
F.A.V.
.O.L.
.A.
Machiavelli utilizza le carte successive per mettere in pulito due altri suoi testi: il volgarizzamento dell’Andria (il titolo, anche questo di sei lettere, è rappresentato nella stessa forma di quello della Favola), la cui prima redazione risalirebbe addirittura al 1494-95, quindi la Serenata, un poemetto in ottava rima di argomento amoroso di cui non si conoscono altre attestazioni. Sul testo della novella ha agito una mano secentesca attribuita all’erudito fiorentino Simone Berti (1589-1659), a cui il manoscritto appartenne. L’intervento più significativo riguarda la cancellazione con più linee trasversali incrociate di circa cinque righe del manoscritto, appena dopo l’inizio del testo, da come già s’intese a mediante quelle, ma senza pregiudizio per la loro lettura. La manomissione fu dettata probabilmente dalla necessità di eliminare, in vista di una copia successiva, il riferimento alla visione spirituale all’origine del racconto, che sarebbe stata incompatibile con i rigori della censura controriformistica. Sul margine in corrispondenza del taglio è annotato: correggi.
Sull’autografo della Favola sono presenti anche piccoli ritocchi d’autore, in genere per eliminare errori di stesura. Un ripensamento sostanziale riguarda la c. 3r. Machiavelli, come fa di solito in questi casi, sovrappone alla sequenza da espungere tratti di penna molto marcati che rendono pressoché illeggibile il testo sottostante. Tuttavia, sottoponendo la riproduzione della carta a un software di gestione delle immagini, si riesce a decifrare il testo cancellato, e il recupero è di un certo interesse (vd. p. 8 n. 1).
La novella si stampa in grafia ammodernata secondo i criteri adottati in N. Machiavelli, Teatro. Andria, Mandragola, Clizia, a cura di P. Stoppelli, Salerno Editrice, Roma 2017, pp. 413-16.
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Il testo pubblicato in Appendice è adespoto e anepigrafo nel ms. Antinori 130 della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, suo unico testimone. Si tratta di un pergamenaceo di 49 cc. (compresa la prima di guardia, cartacea), di mm. 196 × 125. Le cc. 2-9 contengono l’indice dei capitoli. La D iniziale del testo è miniata e al suo interno è rappresentata la figurina di un santo (evidentemente san Giovanni Gualberto) che libera un’indemoniata. Dal disegno della lettera miniata si allunga verso l’alto e verso il basso un fregio a motivi vegetali. L’indice dei capitoli e le rubriche che li introducono sono in inchiostro rosso. Il titolo attribuito al testo nella presente edizione, Storia di uno spirito in una fanciulla, è desunto, come già anticipato nell’Introduzione, dal catalogo manoscritto del fondo Antinori. Sulla carta di guardia d’apertura sono annotati da mani più tarde appunti su fatti e personaggi dei racconti. Il testo si pubblica in grafia ammodernata, secondo gli stessi criteri impiegati nell’edizione della Favola, tranne che per i latinismi più vivi (incepto, sumpse, deprehendere, subrepti, ecc.), che sono trascritti nella forma originaria.
Cronologia di Niccolò Machiavelli
1469
Il 3 maggio da Bernardo Machiavelli e Bartolomea de’ Nelli nasce Niccolò, terzo dopo due femmine, Primavera e Margherita. Alla famiglia si aggiungerà nel 1475 un quarto figlio, Totto. Il ceppo dei Machiavelli, a Firenze già nel XIII secolo, era originario della Val di Pesa. I Machiavelli appartenevano socialmente al “popolo grasso”. La famiglia di Niccolò era una delle meno agiate della consorteria. Bernardo, dottore in legge, tirava avanti amministrando al meglio i pochi beni di famiglia. Scriverà Niccolò in una lettera del 1512 a Francesco Vettori: «nacqui povero, et imparai prima a stentare che a godere».
1476-81
Nel Libro di Ricordi di Bernardo Machiavelli cogliamo qualche notizia sull’infanzia e la prima giovinezza di Niccolò. Nel maggio del 1476 comincia a studiare i primi rudimenti della lingua latina sotto la guida di un maestro di nome Matteo; l’anno successivo ha come maestro di grammatica un certo ser Battista da Poppi. Nel 1480 avvia lo studio dell’abaco. Alla data del 1481 Bernardo annota: «Niccolò fa de’ latini», cioè compone dei brevi pezzi in lingua latina. Suo maestro di latino è ora ser Paolo da Ronciglione. Non abbiamo notizia di un suo apprendimento del greco. Il 26 aprile 1478 c’era stato a Firenze un tentativo di colpo di Stato contro il regime mediceo, noto come “Congiura dei Pazzi”, dal nome della famiglia capofila nel complotto. Giuliano de’ Medici resta ucciso, il fratello Lorenzo ferito. Il tentativo non riesce e produce l’effetto di rendere più forte la signoria medicea sulla città.
1482-87
Sono gli anni della formazione culturale di M., di cui però sappiamo pochissimo. Conosciamo dal Libro di Bernardo alcuni titoli della sua biblioteca personale. Sono libri che Niccolò aveva opportunità di leggere: oltre a opere di diritto, le storie di Livio, Macrobio, Prisciano, le Deche del Biondo. Altri libri Bernardo li ottiene in prestito: il De oratore e il De officiis di Cicerone, un Plinio volgare, Giustino, l’Italia illustrata ancora del Biondo, una Bibbia. I ricordi di Bernardo si arrestano al 1487. Niccolò ha a questa data diciotto anni. Intanto nel maggio del 1482 fra Girolamo Savonarola aveva fatto la sua prima entrata in Firenze. Nella Quaresima del 1484 predicherà nella basilica di San Lorenzo, entrando in attrito con il regime mediceo. Savonarola lascia Firenze nel 1487.
1488-97
È il decennio meno conosciuto della vita di M. Nel 1494-95 traduce l’Andria di Terenzio, che ci sarà trasmessa in due redazioni autografe: è il primo segno dell’interesse di Niccolò verso la commedia. Quasi certamente tra gli ultimi mesi del 1497 e i primi del 1498 trascrive, firmandosi “Nicolaus Maclavellus”, i testi del De rerum natura di Lucrezio e dell’Eunuchus di Terenzio in quello che è oggi il ms. Rossiano 884 della Biblioteca Apostolica Vaticana. La trascrizione del De rerum è da mettere in relazione con la frequentazione nel 1497 delle lezioni universitarie di Marcello Virgilio Adriani. L’11 ottobre dell’anno precedente era intanto morta Bartolomea de’ Nelli, madre di Niccolò. È del 2 dicembre 1497 il primo scritto datato di M.: una lettera a Giovanni Lopez, a nome di tutti i Machiavelli, per rivendicare il padronato della Pieve di Fagna contro le pretese dei Pazzi. Sono anni tumultuosi della storia di Firenze e dell’Italia. Nel 1490 Savonarola fa ritorno in città e nel 1491 è eletto priore del convento di San Marco. Il frate accentua il carattere profetico della sua predicazione. Nell’aprile del 1492 muore Lorenzo de’ Medici; gli succede a capo della signoria il figlio Piero. L’11 agosto successivo è eletto papa il cardinale Rodrigo Borgia col nome di Alessandro VI. Nell’agosto del 1494 il re di Francia Carlo VIII inizia senza ostacoli la sua discesa verso Napoli. I fiorentini rovesciano il regime mediceo col pretesto dell’eccessiva arrendevolezza verso il re francese. Carlo VIII entra a Firenze il 17 novembre. Nel dicembre successivo a Firenze viene instaurata la repubblica. Savonarola diventa l’ispiratore della politica fiorentina. I “piagnoni”, come vengono chiamati i seguaci del frate, assumono il controllo della città. Il 13 maggio 1497 Alessandro VI scomunica Savonarola: è l’inizio del suo declino politico.
1498
La scomunica papale indebolisce a Firenze il ruolo di Savonarola. In aprile scoppiano disordini contro di lui. Il frate e i suoi più stretti seguaci vengono arrestati e torturati. Il 22 maggio Savonarola è condannato a morte. Il giorno successivo la condanna viene eseguita mediante impiccagione e il corpo bruciato. Il 7 aprile era intanto morto il re di Francia Carlo VIII; gli era succeduto Luigi XII. Cessato nella Repubblica fiorentina il predominio dei “piagnoni”, il 19 giugno M. è eletto a sorpresa segretario della Seconda Cancelleria, senza essere né dottore né notaio. L’elezione fu probabilmente caldeggiata dal primo cancelliere Marcello Virgilio Adriani, di cui M. era stato allievo. La Seconda Cancelleria si occupava dell’amministrazione interna dello Stato e delle attività militari. Niccolò fu anche designato il 14 luglio segretario del Consiglio dei Dieci di Balìa, organismo le cui funzioni si sovrapponevano in parte a quelle della Seconda Cancelleria. Niccolò terrà questi incarichi fino al 1512. I suoi più stretti coadiutori furono Agostino Vespucci e Biagio Buonaccorsi.
1499
È per Firenze l’anno della guerra per la riconquista di Pisa. M. compie alcune missioni in relazione ai fatti della guerra. In marzo è inviato al signore di Piombino Iacopo d’Appiano, uno dei condottieri fiorentini, per convincerlo ad accontentarsi dello stipendio della Repubblica. Una finalità analoga avrà in luglio la missione che lo vide mandatario presso Caterina Sforza Riario, signora di Imola e Forlì, a proposito della condotta del figlio Ottaviano. Nel maggio M. aveva intanto scritto il Discorso fatto al magistrato dei Dieci sopra le cose di Pisa, relazione ai Dieci di Balìa sulla conduzione militare della guerra. In agosto la guerra di Pisa volge a favore di Firenze, ma il condottiero Paolo Vitelli, dopo aver conquistato la rocca di Stampace, che apriva la via alla presa della città, non porta l’affondo decisivo. Il Vitelli, condotto a Firenze, è punito con la morte. Intanto Luigi XII, sceso in Italia, conquista Milano. I fiorentini sperano nell’aiuto del re per la riconquista di Pisa, ma Luigi XII favorisce piuttosto il papa, sostenendo il figlio di lui Cesare Borgia, il duca Valentino, nella conquista di Imola e Forlì. Firenze acquista un vicino pericolosissimo.
1500
Il 10 maggio muore Bernardo Machiavelli, padre di Niccolò. Le truppe francesi inviate ad assediare Pisa dànno pessima prova. I fiorentini in luglio inviano una legazione al re di Francia per rilanciare l’impresa: sarà la prima missione fuori d’Italia di M. I legati raggiunsero la corte a Nevers il 6 agosto. La missione durerà fino alla fine di dicembre, senza tuttavia conseguire risultati apprezzabili. Niccolò sarebbe ritornato a Firenze il 14 gennaio dell’anno successivo.
1501
M. compie missioni a Cascina, Pistoia e Siena. In agosto o poco prima sposa Marietta Corsini. Ai primi di settembre Piombino si arrende al Valentino, che si posiziona così sia a est sia a ovest di Firenze. La fazione medicea spera in lui per il riacquisto della signoria della città. Alessandro VI proclama Cesare Borgia duca di Romagna. I francesi conquistano Napoli.
1502
In febbraio M. è inviato in missione a Pistoia, dove le fazioni sono in lotta. Di ritorno scrive il De rebus pistoriensibus. In maggio è in legazione a Bologna presso Giovanni Bentivoglio. Il 24 giugno accompagna il vescovo Francesco Soderini in ambasceria a Urbino con il fine di sondare le intenzioni di Cesare Borgia sulla ribellione di Arezzo e della Valdichiana. M. è impressionato dalle doti del Valentino. Sulla ribellione della Valdichiana scriverà l’anno seguente il discorso Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati. A Firenze, in settembre, al fine di rafforzare le istituzioni repubblicane, Pier Soderini è nominato gonfaloniere a vita. Il 5 ottobre M. è a Imola per incontrare nuovamente Cesare Borgia e stabilire un accordo fra lui e la Repubblica. Il 31 dicembre il Borgia convoca a Sinigaglia Francesco e Paolo Orsini, Vitellozzo Vitellozzi e Oliverotto da Fermo: li fa prima arrestare e poi uccidere. Su questo episodio M. scriverà la Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nell’ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini.
1503
I fiorentini intanto pensano alla riconquista di Pisa e alle modalità di finanziamento dell’impresa. M. scrive a questo proposito Parole sopra la provvisione del denaio. Nell’aprile viene inviato una seconda volta a Siena, dove è stata ristabilita la signoria di Pandolfo Petrucci. Il 18 agosto muore Alessandro VI e anche Cesare Borgia si inferma gravemente. Dal conclave esce un papa vecchio e malato, Francesco Todeschini Piccolomini, col nome di Pio III. Dopo ventisei giorni di pontificato Pio III muore. M. il 24 ottobre parte per Roma per seguire il conclave e portare lettere ai cardinali più vicini alla Repubblica. Il 1° di novembre è eletto papa Giuliano della Rovere, che prende il nome di Giulio II. Il 5 novembre M. va a rendere omaggio al papa in nome della Repubblica. A Roma incontra anche il Valentino, riportandone l’impressione di un uomo finito. Intanto i dominî di quest’ultimo ritornano l’uno dopo l’altro sotto i vecchi signori. Gli resterà solo la Romagna, che sarà ceduta alla fine a Giulio II. Cesare Borgia morirà in Spagna nel 1507. Durante l’assenza di Niccolò la moglie Marietta dà alla luce il secondogenito Bernardo, dopo una femmina di nome Primerana. M. avrà altri quattro figli da Marietta: Ludovico, Piero, Bartolomea (detta “la Baccina”) e Totto. Parte da Roma per Firenze il 18 dicembre.
1504
Il 20 gennaio M. è spedito per la seconda volta in Francia, a raggiungere l’ambasciatore fiorentino Niccolò Valori a Lione, dov’era al momento la corte, e unirsi a lui nell’ambasceria al re. Il Soderini confidava piuttosto nelle capacità del segretario che non in quelle dell’ambasciatore per ricevere assicurazioni riguardo a Firenze nell’aria di guerra che si cominciava a respirare in Italia. Intorno alla metà di marzo M. è nuovamente a Firenze. Il 2 aprile parte per Piombino per stabilire un patto con Iacopo IV d’Appiano, signore della città, contro Siena. In ottobre, frutto dichiarato di quindici giorni di fatica, Niccolò scrive il Decennale primo, cronaca in terza rima dei fatti d’Italia dalla discesa di Carlo VIII (1494) alla caduta del Valentino (1503). A questo anno il nipote di M. Giuliano de’ Ricci attribuirà anche una commedia di tipo aristofanesco, poi perduta, intitolata Le Maschere. Doveva trattarsi di una farsa morale, un genere di teatro civile nato negli anni di Savonarola e ancora in voga a Firenze negli anni della repubblica soderiniana. Il 1504 è anche l’anno in cui si immaginano avvenuti i fatti della Mandragola.
1505
L’11 aprile M. è a Castiglion del Lago a conferire col signore di Perugia Giampaolo Baglioni. Segue una legazione a Mantova per trattare la condotta di Francesco Gonzaga. In luglio è a Siena presso Pandolfo Petrucci. In settembre le truppe fiorentine al comando di Ercole Bentivoglio tentano la riconquista di Pisa. M. sostiene e cura personalmente la costituzione di una milizia cittadina.
1506
M. è attivo nella campagna di reclutamento di fanti nel contado fiorentino. Viene pubblicato a stampa il Decennale, a spese e con una premessa di Agostino Vespucci. Questo testo, l’Arte della guerra e la Mandragola saranno le uniche opere stampate vivente l’autore. In agosto M. è mandato in legazione presso Giulio II, da cui ottiene udienza a Civita Castellana; poi lo segue nei suoi spostamenti fino alla fine di ottobre. Intorno alla metà di settembre scrive una lettera a Giovan Battista Soderini, che va sotto il nome di Ghiribizzi al Soderino, un testo importante nella storia del pensiero machiavelliano per l’anticipazione di concetti che saranno sviluppati nei Discorsi e nel Principe. In dicembre viene istituita in Firenze la magistratura dei Nove ufficiali dell’ordinanza e milizia fiorentina, della quale il mese successivo M. sarà designato cancelliere. Sull’argomento della milizia cittadina M. aveva scritto il Discorso di ordinare lo stato di Firenze alle armi.
1507
M. impiega i primi mesi dell’anno ancora in operazioni di reclutamento e preparazione della milizia. In agosto è inviato in missione a Siena a osservare l’accoglienza che i senesi avrebbero tributato all’inviato del papa all’imperatore, in passaggio nella loro città. Intanto la Repubblica, sul finire di giugno, aveva spedito Francesco Vettori in ambasceria all’imperatore Massimiliano. Si pone la necessità di mandare a lui nuove istruzioni. M. parte per questa nuova missione il 17 dicembre. La corte imperiale era allora a Bolzano, città che M. raggiunge passando da Ginevra e Costanza.
1508
M. giunge a Bolzano l’11 gennaio. Vettori e M. seguiranno poi la corte a Trento e Innsbruck. Il 16 giugno M. è di ritorno a Firenze. Frutto di questa missione è un rapporto che nel 1512 verrà rielaborato nel Ritratto delle cose della Magna. Fervevano intanto i preparativi per sperimentare la nuova milizia fiorentina nella conquista di Pisa. M. ha un ruolo di primo piano in queste attività.
1509
In gennaio M. è al campo di Pisa assediata. In marzo va prima a Lucca per assicurarsi che quella città non soccorresse Pisa, poi a Piombino, dove Iacopo d’Appiano era stato richiesto dai Pisani di farsi mediatore di un accordo con Firenze. Quindi scrive i Provvedimenti per la riconquista di Pisa. L’8 giugno Pisa capitola. Il merito della vittoria viene attribuito a M. e alle milizie da lui ordinate. A metà ottobre è inviato a Mantova presso l’imperatore con il tributo di 10.000 fiorini, che erano il sostegno dei fiorentini alla lega contro Venezia stabilita da Massimiliano e dal re di Francia a Cambrai. Da Mantova M. si sposta a Verona. Resta al seguito dell’imperatore fino a quando questi in dicembre non torna in Germania. Dopo Natale M. si rimette in cammino per Firenze, dove giungerà il 2 gennaio.
1510
I primi cinque mesi dell’anno M. li passa a Firenze nelle occupazioni della Cancelleria, tranne alcune brevi missioni a Monte San Savino, San Miniato e in Valdinievole. In giugno è inviato per la terza volta in legazione al re di Francia, in sostituzione temporanea dell’ambasciatore che aveva fatto ritorno a Firenze. Essendo il papa e il re venuti ai ferri cortissimi, si trattava di dare assicurazione al re che i fiorentini volevano stare dalla sua parte senza per questo inimicarsi il papa. M. raggiunse il sovrano a Blois il 17 luglio. Qui ha contatti con personaggi della corte e altri diplomatici accreditati. A settembre segue il re a Tours. Intanto l’ambasciatore aveva ripreso il suo posto in Francia e M. poté far ritorno in Italia, arrivando a Firenze il 13 novembre. Poco dopo scriverà il Ritratto di cose di Francia.
1511
Nei primi mesi dell’anno M. è occupato, su delibera dei Dieci, a organizzare una leva di cavalleria. Seguono una missione presso Luciano Grimaldi, signore di Monaco, e una a Siena presso Pandolfo Petrucci. Intanto i cardinali ribelli a Giulio II, sostenuti dal re di Francia, indicono a Pisa per settembre un concilio antipapale. Essendo Pisa dominio di Firenze, Giulio II minaccia l’interdetto contro la città. Il 10 settembre per la quarta volta M. viaggia verso la Francia per convincere il re a rinunciare al concilio o per lo meno ad allontanarlo da Pisa. Il 22 settembre M. raggiunge Blois, dov’è la corte, ma non ottiene alcun risultato. Il 2 novembre è di ritorno a Firenze e il giorno successivo è inviato a Pisa, dove i cinque cardinali scismatici avrebbero aperto il concilio, per convincerli a portarsi altrove, in Francia o in Germania. Il 12 i cardinali partiranno per Milano, ma non per questo si placherà l’ira del papa contro Firenze. In ottobre Giulio II aveva promosso la Lega Santa contro il re di Francia, alla quale avevano aderito i re di Spagna e d’Inghilterra, Venezia e il duca di Ferrara. Su Firenze, tradizionale alleata della Francia, si addensavano nuvole di tempesta.
1512
Nei primi sei mesi dell’anno M. attende all’ordinanza di cavalleria. Intanto la Lega decide di attaccare Firenze con il fine di ripristinare il governo dei Medici. In luglio le truppe spagnole, condotte dal viceré di Napoli Raimondo Cardona, marciano verso la città. M. cerca di allertare le truppe d’ordinanza. L’esercito spagnolo si dirige verso Prato e il 29 agosto, al secondo assalto, entra in città e la mette al sacco. La milizia fiorentina voluta da M. alla prima vera prova viene sbaragliata. Il gonfaloniere Pier Soderini fugge da Firenze. I Medici fanno ritorno in città come privati cittadini. Gli ordinamenti repubblicani momentaneamente resistono, seppure con alcune riforme. È eletto gonfaloniere a tempo Giovambattista Ridolfi. Ma il 16 settembre una congiura abbatte il governo della Repubblica, consegnando Firenze nuovamente ai Medici. Il cardinale Giovanni, futuro Leone X, diventa arbitro della città. Il 7 novembre una deliberazione della Signoria rimuove M. da tutti i suoi incarichi. Il 10 successivo è condannato al confino di un anno entro il dominio, con una malleveria di 10.000 fiorini d’oro. Nei mesi precedenti M. aveva rielaborato il Ritratto delle cose della Magna. Verosimilmente nella seconda metà dell’anno scrive una commedia in versi, che mancando di un titolo d’autore è conosciuta appunto come Commedia in versi. Attribuita dalla fine dell’Ottocento a Lorenzo Strozzi, solo di recente è stata riproposta a M.
1513
In febbraio si scopre la congiura antimedicea di Agostino Capponi e Pietro Paolo Boscoli, che il 23 vengono giustiziati. A uno dei due era stato trovato un biglietto con dei nomi, tra i quali quello di M. L’ex Segretario è incarcerato col sospetto di avere avuto parte nella congiura e subisce la tortura. Il 21 febbraio muore Giulio II. L’11 marzo è eletto papa Giovanni de’ Medici col nome di Leone X. Per festeggiare l’evento la Signoria concede un’amnistia. M. riacquista la libertà, pur dovendo scontare il confino. Si trasferisce per questo nella sua proprietà di Sant’Andrea in Percussina, nel territorio di San Casciano, facendo di tanto in tanto ritorno a Firenze. M. ormai ha perduto tutto. Non avendo più alcun ruolo nello Stato, inizia a meditare sulla storia e sull’arte della politica. Nell’ozio forzato del soggiorno di Sant’Andrea nasce lo scrittore. Avvia probabilmente ora la stesura dei Discorsi. Inizia anche un fitto carteggio con Francesco Vettori, allora ambasciatore a Roma, dal quale spera un aiuto per entrare nelle grazie dei Medici. Il 10 dicembre dà notizia a Vettori, in una lettera divenuta celeberrima, di aver composto il trattato De Principatibus, ossia il Principe. È il momento degli scritti più originali di M. Il 23 settembre Giulio de’ Medici, figlio postumo di Giuliano, fratello del Magnifico, dunque cugino del papa, era stato nominato arcivescovo di Firenze e cardinale.
1514
In febbraio M. fa ritorno definitivamente a Firenze. In questi mesi o poco dopo comincia forse a lavorare alla Mandragola, come risulta dalle numerose coincidenze di frasario tra la commedia e le lettere scambiate nel 1514 con Vettori. Intensifica la frequentazione degli Orti Oricellari, con ogni probabilità avviata saltuariamente già l’anno precedente durante i suoi sporadici ritorni a Firenze. Queste riunioni, ospitate nei giardini di palazzo Rucellai, costituivano ormai da anni il cenacolo più avanzato della cultura umanistica fiorentina. Nel 1514 M. scrive, come sembra, anche il Decennale secondo.
1515
La Signoria medicea vuole ricostituire la milizia fiorentina e, forse attraverso Paolo Vettori, fratello di Francesco, richiede M. di un parere. M. scrive i Ghiribizzi d’Ordinanza. La milizia è ricostituita ma dopo poco disciolta. Giuliano de’ Medici, fratello del papa, è intanto destinato alla Signoria di Parma, Piacenza, Modena e Reggio. Prende corpo la possibilità, su raccomandazione di Paolo Vettori, che M. entri al servizio di Giuliano. Ma di lì a poco il segretario del papa, su ordine del cardinale Giulio, scrive a Giuliano invitandolo «a non si impacciare con Niccolò». A reggere la Signoria fiorentina è ora chiamato Lorenzo de’ Medici, figlio di Piero e nipote del Magnifico. A inizio d’anno era morto Luigi XII re di Francia e gli era succeduto Francesco I.
1516
Si conosce poco di M. in relazione a quest’anno e a quelli seguenti. Ricerche recenti hanno ricostruito alcune missioni svolte da Niccolò fuori Firenze per conto di Paolo Vettori. In gennaio era morto il re di Spagna Ferdinando il Cattolico e gli era succeduto il nipote Carlo d’Asburgo. L’Italia è spartita fra le due maggiori potenze europee: alla Francia il ducato di Milano; alla Spagna la parte meridionale della penisola. A nordest Venezia. Al centro Firenze e gli Stati della Chiesa, politicamente concordi nel segno dei Medici.
1517
M. compone in terza rima i versi mordaci dell’Asino, ma l’operetta non è portata a compimento. In dicembre scrive al poeta Luigi Alamanni, che è a Roma, e gli fa sapere di aver letto in quei giorni l’Orlando furioso di Ariosto. La vita di M. sembra ora essere priva di fatti significativi.
1518
Nel marzo del 1518 M. si reca a Genova per conto di alcuni mercanti fiorentini a tutelare i loro interessi in un fallimento. Quando è in città legge brani dei Discorsi nelle riunioni degli Orti Oricellari. In settembre si festeggia a Firenze il matrimonio di Lorenzo de’ Medici con Maddalena de la Tour d’Auvergne, celebrato ad Amboise, in Francia, nel maggio precedente. Lorenzo era stato intanto investito dal papa del ducato di Urbino. Nel corso dei festeggiamenti, l’8 o il 9 settembre, su iniziativa di Lorenzo Strozzi fu quasi certamente rappresentata nel palazzo dei Medici la Commedia in versi. Il testo originario era stato modificato per l’occasione da Machiavelli e dallo stesso Strozzi. I meriti dello spettacolo, inclusa la paternità del testo, furono riconosciuti a Strozzi.
1519
Il 4 maggio muore nel ventisettesimo anno d’età Lorenzo de’ Medici. Il papa designa il cardinale Giulio al governo della città. Ai primi di novembre muore Cosimo Rucellai, ultimo animatore delle riunioni degli Orti, a cui M., cominciando ora la stesura dell’Arte della guerra, dedica in apertura un ricordo commosso. Nello stesso anno muore anche l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo; gli succede il nipote Carlo, già re di Spagna, con il titolo di Carlo V.
1520
In marzo Lorenzo Strozzi conduce M. a far visita al cardinale de’ Medici nelle sue case. È il primo segno di disgelo tra l’ex servitore della Repubblica e la famiglia ora al potere. Durante il carnevale era stata rappresentata a Firenze la Mandragola; seguirà di lì a poco una replica a Roma. In luglio M. è inviato a Lucca a curare i crediti di alcuni mercanti fiorentini nel fallimento di Michele Guinigi. Resterà in quella città fino a settembre. Nel corso di quel soggiorno scrive di getto la Vita di Castruccio Castracani, il condottiero signore di Lucca tra il 1320 e il 1328. L’apprezzamento che gli amici fiorentini sodali dei Medici fanno di questa prova induce il cardinale a incaricare M. di redigere, col beneficio di uno stipendio annuo, una storia della città di Firenze (saranno le Istorie fiorentine). Il cardinale gli aveva intanto commissionato una relazione sullo stato della città da presentare a Leone X; ne risultò il Discorso delle cose fiorentine dopo la morte di Lorenzo de’ Medici il giovane.
1521
Pier Soderini da Roma propone a M. prima l’ufficio di cancelliere presso la repubblica adriatica di Ragusa, poi il posto di segretario presso Prospero Colonna con il consistente stipendio annuo di duecento ducati d’oro. M. rifiuta, preferendo l’impegno di storico a un guadagno molto più cospicuo. Nel maggio va in missione a Carpi per conto degli Otto di Pratica, per ottenere dal Capitolo generale dei Frati minori francescani lì riunito che i conventi del dominio fiorentino siano separati dagli altri della Toscana. Sulla strada di Carpi si ferma a Modena sia all’andata che al ritorno, dove incontra Francesco Guicciardini, con il quale stabilisce un’amicizia duratura. Giunto a Carpi M. scambia lettere scherzose con lui. In agosto esce a stampa presso i Giunti di Firenze l’Arte della guerra. Il 1° dicembre muore Leone X. Il 9 gennaio successivo sarà eletto papa Adriano di Utrecht, che prende il nome di Adriano VI.
1522
Si scopre a Firenze una congiura che il 19 giugno, giorno del Corpus Domini, avrebbe dovuto uccidere il cardinale Giulio de’ Medici. Ne sono capofila Zanobi Buondelmonti e Luigi Alamanni, partecipano il Diaccettino e il Brucioli: tutti amici di M. e frequentatori degli Orti Oricellari, di cui ormai M. costituisce la personalità più rappresentativa. Alcuni vengono giustiziati, altri fuggono. M. riuscì a non essere coinvolto. Il 13 giugno era morto a Roma Pier Soderini. In quei giorni muore anche Totto Machiavelli, fratello di Niccolò. L’ambiente degli Orti Oricellari è definitivamente disperso. A Firenze in autunno scoppia un’epidemia di peste che decima la popolazione.
1523
M. continua la stesura delle Istorie. Nel maggio, durante l’infuriare della peste, invia a Lorenzo Strozzi, rifugiatosi in villa per sfuggire il contagio, un testo narrativo in forma di lettera, nel quale racconta ciò che a lui è capitato di vedere nell’attraversare la città nel calendimaggio di quell’anno. È un testo d’invenzione, solo di recente riconosciuto a M. con il titolo Epistola della peste. Nel racconto il tragico, il comico e il grottesco si alternano in un impasto di assoluta originalità. Il 14 settembre muore Adriano VI. Il 18 novembre il cardinale Giulio de’ Medici è eletto papa col nome di Clemente VII.
1524
Nelle case di Bernardino di Giordano gli attori dilettanti della Compagnia della Cazzuola rappresentano la Mandragola, con le scene dipinte da Andrea del Sarto e Bastiano da Sangallo. Negli ultimi mesi dell’anno M. porta a conclusione la Clizia, che molto probabilmente aveva in composizione già dal 1523.
1525
Il 13 gennaio ancora la Compagnia della Cazzuola rappresenta Clizia nelle case di Iacopo Falconetti, soprannominato “il Fornaciaio”. Negli ultimi giorni di maggio M. parte per Roma per presentare al papa le Istorie fiorentine. Il racconto dei fatti di Firenze si concludeva con la morte del Magnifico. Sullo scenario italiano, in febbraio, Carlo V aveva sbaragliato a Pavia l’esercito francese, facendo prigioniero lo stesso re Francesco I. Firenze e il papato, schierati con la Francia, temono il peggio. M. parte da Roma il 10 o l’11 giugno latore di un messaggio del papa a Francesco Guicciardini, allora a Faenza, con l’invito a formare una milizia romagnola per contrastare l’eventuale discesa delle truppe imperiali. Guicciardini ritiene la cosa impraticabile. Il 26 luglio M. è di nuovo a Firenze. Il 19 di agosto i consoli dell’Arte della Lana lo mandano a Venezia per trattare certi interessi di mercanti fiorentini, ma di recente è stato sostenuto trattarsi di un incarico di copertura per una missione politica segreta per conto del papa, al fine di sondare riservatamente il doge, Andrea Gritti, sull’intenzione di Venezia nella contrapposizione che si stava delineando fra il papa e l’imperatore. Sulla strada del ritorno M. si ferma a Faenza presso Guicciardini. Il 16 settembre rientra a Firenze. Si progetta una recita della Mandragola a Faenza per il carnevale del 1526, che per il precipitare degli eventi probabilmente non si realizzò. Risale alla seconda metà del 1525 o ai primi mesi dell’anno successivo la stesura della Favola, la novella che qui si pubblica, o per lo meno la sua trascrizione nel ms. Banco Rari 240 da una copia autografa di poco precedente.
1526
Firenze teme l’assalto delle truppe imperiali. M. collabora con Pietro Navarra a un progetto di fortificazione delle mura della città; promuove anche il magistrato dei Procuratori delle mura, di cui è eletto provveditore e cancelliere. Il 22 maggio viene stipulata a Cognac un’alleanza antimperiale tra il re di Francia, Firenze, il papa e Venezia (Lega di Cognac). Il 24 luglio gli imperiali occupano Milano. L’esercito della Lega si accampa a sud della città nel tentativo di riconquistarla. M. raggiunge il campo di cui è luogotenente generale Guicciardini. In ottobre è di ritorno a Firenze. A fine novembre è inviato dagli Otto di Pratica a Modena presso Guicciardini per concordare la difesa di Firenze dai lanzichenecchi che stavano per scendere in Italia contro il papa.
1527
Il 3 febbraio M. è inviato dagli Otto a Parma, ancora per consultazioni con Guicciardini sulla difesa di Firenze. M. resta in Emilia in contatto con gli accampamenti della Lega che controllano i movimenti delle truppe imperiali. In aprile si trasferisce in Romagna. Intanto gli eserciti della Lega si dispongono in difesa di Firenze. Il 22 aprile M. fa ritorno in città, dove si manifestano umori antimedicei. Intanto l’esercito imperiale, vedendo Firenze fortificata e munita di truppe, prende la strada di Roma. Il 6 maggio le orde dei lanzichenecchi, entrati nella città priva di difese, la mettono a sacco. Il papa si rinchiude in Castel Sant’Angelo. La rovina di Roma e del papa trascina con sé nella caduta la Signoria medicea. La notizia del sacco arriva a Firenze l’11 maggio. Il 16 vengono ristabiliti gli ordinamenti repubblicani e i Medici invitati ad abbandonare la città. In quei giorni M. era con Guicciardini a Bracciano. Avuta notizia il 19 del cambio di regime, torna da solo in tutta fretta a Firenze imbarcandosi a Civitavecchia per Livorno. Spera di riprendere il suo posto di segretario alla Cancelleria nel restaurato governo repubblicano. Ma questa volta paga l’attività svolta negli ultimi anni per conto dei Medici: è prescelto Francesco Tarugi. M. già soffriva di ulcera gastrica o forse di appendicite cronica; l’ultima cocente delusione ne peggiora lo stato di salute. Il 21 giugno, dopo un aggravarsi improvviso delle sue condizioni, M. muore. Il giorno seguente è sepolto nella cappella di famiglia in Santa Croce, dove tuttora le sue spoglie riposano. Sul monumento funebre eretto nel 1787 fu apposto l’epitaffio: «Tanto nomini nullum par elogium».
Nota bibliografica
Delle edizioni della Favola si segnalano: N. Machiavelli, Scritti in poesia e in prosa, a cura di A. Corsaro e altri, coordinamento di F. Bausi, Salerno Editrice, Roma 2012, pp. 291-317 (introd. e testo a cura di A. Corsaro, commento di F. Grazzini). In precedenza la novella è presente in tutte le edizioni complessive delle opere machiavelliane. Tra le edizioni che la pubblicano isolatamente sono da ricordare: N. Machiavelli, Novella di Belfagor. L’Asino, a cura di M. Tarantino, introd. di M. Martelli, Salerno Editrice, Roma 1990; N. Machiavelli, Belfagor arcidiavolo, illustrazioni di E. Luzzati, con un saggio di G. Bàrberi Squarotti, Il Melangolo, Genova 2007.
Uniche due monografie dedicate specificamente alla Favola: Grazzini 1990; Stoppelli 2007. Principali studi pubblicati su rivista o in volumi miscellanei: L. Blasucci, Machiavelli novelliere e verseggiatore, in «Cultura e Scuola», n. 33-34 (1970), pp. 174-91; M. Guglielminetti, La cornice e il furto. Studi sulla novella del ’500, Zanichelli, Bologna 1984, pp. 52-69; F. Manai, Note sulla “Favola” di Machiavelli: Gianmatteo, il villano più furbo del diavolo, in «Rivista di studi italiani», IV-V (1986-1987), pp. 11-28; M. Picone, La “Favola” di Machiavelli: una lettura intertestuale, in Dal primato allo scacco. I modelli narrativi italiani fra Trecento e Seicento, a cura di G.M. Anselmi, Carocci, Roma 1988, pp. 171-90; D’Andrea 1993, pp. 129-52; M. Picone, La “Favola” di Belfagor fra exemplum e novella, in Niccolò Machiavelli politico storico letterato. Atti del Convegno di Losanna, 27-30 settembre 1995, a cura di J.-J. Marchand, Salerno Editrice, Roma 1996, pp. 137-48; Matteo 2002, pp. 1-21; Chirumbolo 2003; Arnaudo 2005, pp. 13-26; Ghelli 2007; P. Trovato, L’uovo o la gallina? Dove si discorre della “Favola” di Machiavelli, del “Belfagor” di Brevio, della filologia attributiva e del processo decisionale negli studi letterari, in Per civile conversazione. Con Amedeo Quondam, a cura di B. Alfonzetti e altri, Bulzoni, Roma 2014, pp. 1221-33, con la risposta di P. Stoppelli, A Paolo Trovato, in risposta alle sue considerazioni sull’uovo o la gallina, ovvero sulla “Favola” di Machiavelli e il “Belfagor” di Brevio, maggio 2015, leggibile all’indirizzo Internet: https:/www.academia.edu/stoppelli/. Moriconi 2013 ricostruisce la fortuna del personaggio di Belfagor da Machiavelli al Novecento. La novella di Belfagor di Brevio si può leggere in edizione moderna in Le novelle di Giovanni Brevio, a cura di S. Trovò, presentazione di D. Perocco, Il Poligrafo, Padova 2003, pp. 117-26.
Abbreviazioni bibliografiche
OPERE DI MACHIAVELLI
AdG L’arte della guerra. Scritti politici minori, a cura di J.-J. Marchand, D. Fachard e G. Masi, Salerno Editrice, Roma 2001, pp. 27-311.
Castruccio La vita di Castruccio Castracani da Lucca, in Opere storiche, pp. 7-66.
Clizia Clizia, in Teatro, pp. 253-327.
Commedia in versi Commedia in versi, da restituire a Niccolò Machiavelli, a cura di P. Stoppelli, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2018.
Discorsi Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, a cura di F. Bausi, Salerno Editrice, Roma 2001.
Epistola della peste Epistola della peste, a cura di P. Stoppelli, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2019.
Ist. fior. Istorie fiorentine, in Opere storiche, pp. 85-785.
LCSG Legazioni, Commissarie, Scritti di governo, a cura di J.-J. Marchand e altri, 7 tomi, Salerno Editrice, Roma 2002-11.
Lettere Opere. II. Lettere, Legazioni e Commissarie, a cura di C. Vivanti, Einaudi, Torino 1999, pp. 1-465.
Mandr. Mandragola, in Teatro, pp. 143-225.
Opere storiche Opere storiche, a cura di A. Montevecchi e C. Varotti, Coordinamento di G.M. Anselmi, 2 tomi, Salerno Editrice, Roma 2010.
SPP Scritti in poesia e in prosa, a cura di A. Corsaro e altri, coordinamento di F. Bausi, Salerno Editrice, Roma 2012.
Teatro Teatro. Andria, Mandragola, Clizia, a cura di P. Stoppelli, Salerno Editrice, Roma 2017.
STUDI CRITICI
Ageno 1958 F. Ageno, Nomignoli e personaggi immaginari, in «Lingua Nostra», XIX (1958), pp. 73-78.
Arnaudo 2005 M. Arnaudo, “Belfagor” come casistica: una lettura della favola machiavelliana, in «Italianistica», XXXIV, n. 2 (2005), pp. 13-26.
Camiz-Segala 2019 M. Camiz & A.M. Segala, Belphegors Gifftermaal. A Neglected Early Modern Danish Translation of Machiavelli “Belfagor”, in «Danske Studier», 2019, pp. 117-57.
Chirumbolo 2003 P. Chirumbolo, “Belfagor” e il mondo rovesciato di Machiavelli, in «Studi rinascimentali», 1 (2003), pp. 27-33.
Ciliberto 2019 M. Ciliberto, Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, Laterza, Roma-Bari 2019.
D’Andrea 1993 A. D’Andrea, Struttura e significato della “Favola” di M., in Id., Strutture inquiete, Olschki, Firenze 1993, pp. 129-52.
Di Francia 1924 L. di Francia, Novellistica. 1. Dalle origini a Bandello, Vallardi, Milano 1924.
Gerber 1912 A. Gerber, Niccolò Machiavelli. Die Handschriften, Ausgaben und Übersetzungen seiner Werke in 16. und 17. Jahrhundert, Gotha, München 1912 [riproduzione fototipica a cura di L. Firpo, Bottega d’Erasmo, Torino 1961].
Ghelli 2007 S. Ghelli, La Favola di Machiavelli: Belfagor arcidiavolo, in «Forum Italicum», 41 (2007), pp. 285-96.
Ghiglieri 1969 P. Ghiglieri, La grafia del Machiavelli studiata negli autografi, Olschki, Firenze 1969.
Grazzini 1990 F. Grazzini, Machiavelli narratore, Laterza, Roma-Bari 1990.
Martelli 1971 N. Machiavelli, Tutte le opere, a cura di M. Martelli, Olschki, Firenze 1971.
Martelli 1989 M. Martelli, Considerazioni sulla tradizione della novella spicciolata, in La Novella italiana. Atti del Convegno di Caprarola, 19-24 settembre 1988, Salerno Editrice, Roma 1989.
Martelli 1990 N. Machiavelli, Novella di Belfagor. L’Asino, a cura di M. Tarantino, Introduzione di M. Martelli, Salerno Editrice, Roma 1990.
Matteo 2002 S. Matteo, To Hell with Men and Meaning! Vesting Authority in Machiavelli’s “Belfagor”, in «Italica», 79 (Spring 2002), pp. 1-21.
Moriconi 2013 B. Moriconi, Le metamorfosi d’un arcidiavolo: il personaggio di Belfagor da Machiavelli a oggi, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2013.
Papanti 1871 Cinque novelle antiche inedite, a cura di G. Papanti, Vigo, Livorno 1871.
Russo 1966 L. Russo, Machiavelli, Laterza, Bari 1966 (Ia ediz., 1945).
Stoppelli 2005 P. Stoppelli, La “Mandragola”: storia e filologia, Bulzoni, Roma 2005.
Stoppelli 2007 P. Stoppelli, Machiavelli e la novella di Belfagor. Saggio di filologia attributiva, Salerno Editrice, Roma 2007.
Favola di Belfagor
Favola1
Leggesi nelle antiche memorie delle fiorentine cose2 come già s’intese per relazione3 di alcuno4 santissimo uomo, la cui vita apresso qualunque5 in quelli tempi viveva era celebrata, che standosi astratto nelle sue orazioni vide mediante quelle6 come, andando infinite anime di quelli miseri mortali che nella disgrazia di Dio morivano all’inferno, tutte o la maggior parte si dolevono non per altro che per avere preso moglie essersi a tanta infelicità condotte, donde che7 Minòs e Radamanto,8 insieme con gli altri infernali giudici, ne avevano maraviglia grandissima. E non potendo credere queste calunnie, che costoro al sesso femmineo davano, essere vere, e crescendo ogni giorno le querele,9 e avendo di tutto fatto a Plutone10 conveniente rapporto, fu deliberato per lui11 di avere sopra questo caso con tutti gl’infernali prìncipi maturo essamine,12 e pigliarne dipoi quel partito che fussi giudicato migliore per scoprire questa fallacia13 o conoscerne14 in tutto la verità.
Chiamatogli adunque a concilio, parlò Plutone in questa sentenza:15 «Ancora che io, dilettissimi miei,16 per celeste disposizione e fatale sorte al tutto irrevocabile possegga questo regno,17 e che per questo io non possa essere obligato18 ad alcuno iudicio o celeste o mondano, nondimeno, perché gli è maggiore prudenza di quelli che possono più sottomettersi più alle leggi e più stimare l’altrui iudizio,19 ho deliberato essere consigliato da voi come in uno caso, il quale potrebbe seguire con qualche infamia del nostro imperio,20 io mi debba governare. Perché, dicendo tutte l’anime degli uomini che vengono nel nostro regno, esserne stato cagione la moglie, e parendoci questo impossibile, dubitiamo che, dando iudizio sopra questa relazione,21 ne possiamo essere calunniati come troppo creduli, e non ne dando come manco severi e poco amatori della iustizia. E perché l’uno peccato è da uomini leggieri22 e l’altro da ingiusti, e volendo fuggire quegli carichi23 che da l’uno e l’altro potrebbono dependere, e non trovandone il modo, vi abbiamo chiamati acciò che consigliandone ci aiutiate; e siate cagione che questo regno, come per lo passato è vivuto sanza infamia, così per lo avvenire viva».
Parve a ciascheduno di quegli prìncipi il caso importantissimo e di molta considerazione; e concludendo tutti come egli era necessario scoprirne la verità, erano discrepanti24 del modo: perché a chi pareva che si mandassi uno a chi più25 nel mondo, che sotto forma di uomo conoscessi personalmente questo vero;26 a molti altri occorreva27 potersi fare sanza tanto disagio,28 costringendo varie anime con varii tormenti a scoprirlo. Pure, la maggior parte consigliando che si mandassi, s’indirizzorno a questa opinione.29 E non si trovando alcuno che voluntariamente prendessi questa impresa, deliberorno che la sorte fussi quella che lo dichiarassi, la quale cadde sopra Belfagor30 arcidiavolo, ma per lo adietro, avanti che cadessi di cielo, arcangelo.31 Il quale, ancora che male volentieri pigliassi questo carico,32 nondimeno, constretto da lo imperio33 di Plutone, si dispose a seguire quanto nel concilio si era determinato, e si obligò a quelle condizioni che infra loro solennemente34 erano state deliberate. Le quali erano che sùbito a colui che fussi a questa commissione deputato35 fussino consegnati centomila ducati,36 con i quali doveva venire nel mondo e, sotto forma di uomo, prender moglie e con quella vivere dieci anni; e dipoi, fingendo di morire, tornarsene, e per esperienza37 fare fede ai suoi superiori quali sieno i carichi38 e le incommodità del matrimonio. Dichiarossi ancora che durante detto tempo ei fussi sottoposto a tutti quegli disagi e mali che39 sono sottoposti gli uomini, e che si tira drietro40 la povertà, le carcere, la malattia e ogni altro infortunio nel quale gli uomini incorrono, eccetto se con inganno o astuzia se ne liberassi.41
Presa adunque Belfagor la condizione42 e i danari, ne venne nel mondo; e ordinato di sua masnade cavagli e compagni,43 entrò onoratissimamente in Firenze; la quale città innanzi a tutte l’altre elesse per suo domicilio,44 come quella che gli pareva più atta a sopportare chi con arte usurarie essercitassi i suoi danari.45 E fattosi chiamare Roderigo di Castiglia,46 prese una casa a fitto nel Borgo d’Ogni Santi;47 e perché non si potessino rinvenire le sue condizioni,48 disse essersi da piccolo partito di Spagna e itone in Sorìa49 e avere in Aleppe guadagnato tutte le sua facultà;50 donde s’era poi partito per venire in Italia a prender donna in luoghi più umani,51 e alla vita civile52 e allo animo suo più conformi.
Era Roderigo bellissimo uomo e monstrava una età di trenta anni; e avendo in pochi giorni dimostro53 di quante ricchezze abundassi e dando essempli di sé di essere umano e liberale,54 molti nobili cittadini, che avevano assai figliole e pochi danari,55 se gli offerivano. Intra le quali tutte Roderigo scelse una bellissima fanciulla chiamata Onesta,56 figliuola di Amerigo Donati,57 il quale ne aveva tre altre insieme con tre figliuoli maschi tutti uomini, e quelle erano quasi che da marito;58 e benché fussi d’una nobilissima famiglia59 e di lui fussi in Firenze tenuto buono conto, nondimanco era, rispetto alla brigata60 avea e alla nobilità, poverissimo. Fece Roderigo magnifiche e splendidissime nozze, né lasciò indietro alcuna di quelle cose che in simili feste si desiderano. E essendo, per la legge che gli era stata data nello uscire d’inferno, sottoposto a tutte le passioni umane, sùbito cominciò a pigliare piacere degli onori e delle pompe61 del mondo, e avere caro di essere laudato intra gli uomini,62 il che gli arrecava spesa non piccola. Oltr’a di questo, non fu dimorato molto con la sua monna Onesta che se ne innamorò fuori di misura, né poteva vivere qualunque volta la vedeva stare trista e avere alcuno dispiacere.
Aveva monna Onesta portato in casa di Roderigo, insieme con la nobilità e con la bellezza, tanta superbia che non ne ebbe mai tanta Lucifero.63 E Roderigo, che aveva provata l’una e l’altra, giudicava quella della moglie superiore; ma diventò di lunga maggiore come prima64 quella si accorse dello amore che il marito le portava. E parendole poterlo da ogni parte signoreggiare,65 sanza alcuna piatà o rispetto lo comandava, né dubitava, quando da lui alcuna cosa gli era negata, con parole villane e iniuriose morderlo:66 il che era a Roderigo cagione di inestimabile noia.67 Pur nondimeno il suocero, i frategli, il parentado, l’obligo del matrimonio e sopra tutto il grande amore le portava gli faceva avere pazienza. Io voglio lasciare ire le grande spese che per contentarla faceva in vestirla di nuove usanze e contentarla di nuove fogge, che continuamente la nostra città per sua naturale consuetudine varia;68 che fu necessitato, volendo stare in pace con lei, aiutare al suocero maritare l’altre sue figliuole, dove spese grossa somma di danari. Dopo questo, volendo avere bene con quella,69 gli convenne mandare uno de’ frategli in Levante con panni, un altro in Ponente con drappi,70 all’altro aprire uno battiloro71 in Firenze: nelle quali cose dispensò72 la maggiore parte delle sue fortune.
Oltre a di questo ne’ tempi de’ carnasciali e de’ san Giovanni,73 quando tutta la città per antica consuetudine festeggia, e che molti cittadini nobili e ricchi con splendidissimi conviti si onorono,74 per non essere monna Onesta all’altre donne inferiore, voleva che il suo Roderigo con simili feste tutti gli altri superassi. Le quali cose tutte erano da lui per le sopra dette cagioni sopportate; né gli sarebbono, ancora che gravissime, parute75 gravi a farle se da questo ne fussi nata la quiete della casa sua e s’egli avessi potuto pacificamente76 aspettare i tempi della sua rovina. Ma gl’interveniva l’opposito, perché con le insopportabili spese la insolente natura di lei infinite incommodità gli arrecava. E non erano in casa sua né servi né serventi77 che, nonché molto tempo, ma brevissimi giorni la potessino sopportare; donde ne nascevano a Roderigo disagi gravissimi per non potere tenere servo fidato che avessi amore alle cose sua. E non che altri, quegli diavoli, i quali in persona di famigli aveva condotti seco, più tosto elessono78 di tornarsene in inferno a stare nel fuoco che vivere nel mondo sotto lo imperio di quella.
Standosi adunque Roderigo in questa tumultuosa e inquieta vita, e avendo per le disordinate spese già consumato quanto mobile79 si aveva riserbato, cominciò a vivere sopra la speranza de’ ritratti80 che di Ponente e di Levante aspettava; e avendo ancora buono credito, per non mancare di suo grado81 prese a cambio.82 E girandogli già molti marchi addosso,83 fu presto notato84 da quegli che in simile essercizio in Mercato si travagliano.85 E essendo di già il caso suo tenero,86 vennero in un sùbito di Levante e di Ponente nuove come l’uno de’ frategli di monna Onesta s’aveva giucato tutto il mobile di Roderigo, e che l’altro, tornando sopra una nave carica di sue mercatantie sanza essersi altrimenti assicurato, era insieme con quelle annegato. Né fu prima publicata87 questa cosa che i creditori di Roderigo si ristrinsono insieme;88 e giudicando che fussi spacciato, né possendo ancora scoprirsi89 per non essere venuto il tempo de’ pagamenti loro, conclusono che fussi bene osservarlo così destramente,90 acciò che dal detto al fatto91 di nascoso non se ne fuggissi. Roderigo da l’altra parte, non veggendo al caso suo rimedio, e sapiendo a quanto la legge infernale lo costringeva,92 pensò di fuggirsi in ogni modo. E montato una mattina a cavallo, abitando propinquo alla Porta al Prato,93 per quella se ne uscì. Né prima fu veduta la partita sua, che il romore si levò94 fra i creditori, i quali, ricorsi ai magistrati, non solamente con i cursori95 ma popularmente96 si missono a seguirlo.
Non era Roderigo, quando se gli lievò drieto il romore, dilungato da la città uno miglio; in modo che, vedendosi a male partito, deliberò, per fuggire più secreto, uscire di strada e a traverso per gli campi cercare sua fortuna. Ma sendo a fare questo impedito da le assai fosse che attraversano il paese, né potendo per questo ire a cavallo, si misse a fuggire a piè; e lasciata la cavalcatura in su la strada, attraversando di campo in campo, coperto da le vigne e da’ canneti di che quel paese abbonda, arrivò sopra Peretola97 a casa Gianmatteo98 del Brica, lavoratore di Giovanni del Bene,99 e a sorte100 trovò Gianmatteo che arrecava a casa da rodere ai buoi,101 e se gli raccomandò, promettendogli che se lo salvava dalle mani de’ suoi nimici, i quali per farlo morire in prigione lo seguitavano,102 che lo farebbe ricco e gliene darebbe innanzi alla sua partita tale saggio103 che gli crederrebbe; e quando questo non facessi, era contento che esso proprio lo ponessi in mano ai suoi avversarii.
Era Gianmatteo, ancora che104 contadino, uomo animoso,105 e giudicando non potere perdere a pigliare partito di salvarlo, liene promisse; e cacciatolo in uno monte106 di letame, quale aveva davanti a la sua casa, lo ricoperse con cannuccie e altre mondiglie107 che per ardere aveva ragunate. Non era Roderigo a pena fornito108 di nascondersi, che i suoi perseguitatori109 sopraggiunsono; e per spaventi110 che facessino a Gianmatteo non trassono111 mai da lui che lo avessi visto, talché passati più innanzi, avendolo invano quel dì e quell’altro cerco,112 stracchi se ne tornorno a Firenze.
Gianmatteo adunque, cessato il romore113 e trattolo del loco dove era, lo richiese della fede data. Al quale Roderigo disse: «Fratello mio, io ho con teco un grande obligo e lo voglio in ogni modo sodisfare; e perché tu creda che io possa farlo, ti dirò chi io sono». E quivi gli narrò di suo essere e delle leggi avute allo uscire d’inferno e della moglie tolta;114 e di più gli disse il modo con il quale lo voleva arricchire, che in summa sarebbe questo: che, come ei sentiva che alcuna donna fussi spiritata,115 credessi lui essere quello che le fussi addosso; né mai se n’uscirebbe s’egli non venissi a trarnelo; donde arebbe occasione di farsi a suo modo116 pagare dai parenti di quella. E rimasi117 in questa conclusione, sparì via.
Né passorno molti giorni che si sparse118 per tutto Firenze come una figliuola di messer Ambruogio Amidei, la quale aveva maritata a Bonaiuto Tebalducci,119 era indemoniata. Né mancorno i parenti di farvi tutti quegli remedii che in simili accidenti si fanno, ponendole in capo la testa di san Zanobi120 e il mantello di san Giovanni Gualberto.121 Le quali cose tutte da Roderigo erano uccellate.122 E per chiarire ciascuno come il male della fanciulla era uno spirito e non altra fantastica imaginazione, parlava in latino e disputava delle cose di filosofia e scopriva i peccati di molti,123 intra i quali scoperse quelli d’uno frate che si aveva tenuta una femmina vestita ad uso di fraticino più di quattro anni nella sua cella. Le quali cose facevano maravigliare ciascuno.
Viveva pertanto messer Ambruogio malcontento; e avendo invano provati tutti i remedi, aveva perduta ogni speranza di guarirla, quando Gianmatteo venne a trovarlo e gli promisse la salute de la sua figliuola quando gli voglia donare 500 fiorini per comperare uno podere a Peretola. Accettò messer Ambruogio il partito:124 donde Gianmatteo, fatte dire prima certe messe e fatte sua cerimonie per abbellire la cosa,125 si accostò agli orecchi della fanciulla e disse: «Roderigo, io sono venuto a trovarti perché tu mi osservi la promessa». Al quale Roderigo rispose: «Io sono contento. Ma questo non basta a farti ricco. E però,126 partito che io sarò di qui, enterrò nella figliuola di Carlo, re di Napoli,127 né mai n’uscirò sanza te.128 Fara’ti allora fare una mancia a tuo modo, né poi mi darai più briga». E detto questo s’uscì da dosso a colei con piacere e ammirazione di tutta Firenze.
Non passò dipoi molto tempo che per tutta Italia si sparse l’accidente venuto a la figliuola del re Carlo. Né vi si trovando rimedio, avuta il re notizia di Gianmatteo, mandò a Firenze per lui. Il quale, arrivato a Napoli, dopo qualche finta cerimonia la guarì. Ma Roderigo, prima che partissi, disse: «Tu vedi, Gianmatteo, io ti ho osservato le promesse di averti arricchito. E però, sendo disobligo,129 io non sono più tenuto di cosa alcuna. Pertanto sarai contento non mi capitare più innanzi, perché, dove io ti ho fatto bene, ti farei per lo avvenire male».
Tornato adunque a Firenze Gianmatteo ricchissimo, perché aveva avuto da il re meglio che130 cinquantamila ducati,131 pensava di godersi quelle ricchezze pacificamente, non credendo però che Roderigo pensassi di offenderlo. Ma questo suo pensiero fu sùbito turbato da una nuova che venne, come una figliuola di Lodovico settimo re di Francia132 era spiritata. La quale nuova alterò tutta la mente di Gianmatteo, pensando a l’auttorità di quel re e a le parole che gli aveva Roderigo dette. Non trovando adunque quel re alla sua figliuola rimedio e intendendo la virtù di Gianmatteo, mandò prima a richiederlo semplicemente per uno suo cursore.133 Ma allegando quello certe indisposizioni, fu forzato quel re a richiederne la Signoria, la quale forzò Gianmatteo a ubbidire. Andato pertanto costui tutto sconsolato a Parigi, mostrò prima a il re come egli era certa cosa che per lo adrietro aveva guarita qualche indemoniata, ma che non era per questo ch’egli sapessi o potessi guarire tutti, perché se ne trovavano134 di sì perfida natura che non temevano né minacce né incanti né alcuna religione.135 Ma, con tutto questo,136 era per fare suo debito, e non gli riuscendo ne domandava scusa e perdono. Al quale il re turbato disse che se non la guariva, che lo appenderebbe.137 Sentì per questo Gianmatteo dolore grande; pure, fatto buono cuore,138 fece venire la indemoniata; e accostatosi all’orecchio di quella, umilmente si raccomandò a Roderigo, ricordandogli il benificio fattogli e di quanta ingratitudine sarebbe essemplo se lo abbandonassi in tanta necessità. Al quale Roderigo disse: «Doh, villan traditore! sì che tu hai ardire di venirmi innanzi? Credi tu poterti vantare d’essere arricchito per le mia mani? Io voglio mostrare a te e a ciascuno come io so dare e tôrre ogni cosa a mia posta.139 E innanzi che tu ti parta di qui, io ti farò impiccare in ogni modo».
Donde che Gianmatteo, non veggendo per allora rimedio, pensò di tentare la sua fortuna per un’altra via. E fatto andare via la spiritata, disse al re: «Sire, come io vi ho detto, e’ sono dimolti140 spiriti che sono sì maligni che con loro non si ha alcuno buono partito, e questo è uno di quegli. Pertanto io voglio fare una ultima sperienza, la quale se gioverà, la vostra Maestà e io aréno la intenzione nostra;141 quando non giovi, io sarò nelle tua forze e arai di me quella compassione che merita la innocenza mia. Farai pertanto fare in su la piazza di Nostra Dama142 un palco grande e capace di tutti i tuoi baroni e di tutto il crero143 di questa città; farai parare il palco di drappi di seta e d’oro; fabbricherai nel mezzo di quello uno altare. E voglio che domenica mattina prossima tu con il clero, insieme con tutti i tuoi prìncipi e baroni, con la reale pompa, con splendidi e ricchi abbigliamenti conveniate sopra quello, dove, celebrata prima una solenne messa, farai venire la indemoniata. Voglio, oltr’a di questo, che da l’uno canto de la piazza sieno insieme venti persone almeno che abbino trombe, corni, tamburi, cornamuse, cembanelle,144 cemboli145 e d’ogni altra qualità romori.146 I quali, quando io alzerò uno cappello, dieno in quegli strumenti e sonando ne venghino verso il palco: le quali cose, insieme con certi altri segreti rimedii, credo che faranno partire questo spirito».
Fu sùbito da il re ordinato tutto. E venuta la domenica mattina e ripieno il palco di personaggi e la piazza di populo, celebrata la messa, venne la spiritata condutta in sul palco per le mani di dua vescovi e molti signori. Quando Roderigo vide tanto popolo insieme e tanto apparato, rimase quasi che stupido,147 e fra sé disse: “Che cosa ha pensato di fare questo poltrone di questo villano? Crede egli sbigottirmi con questa pompa?148 Non sa egli che io sono uso a vedere le pompe del cielo e le furie dello inferno? Io lo gastigherò in ogni modo”. E accostandosegli Gianmatteo e pregandolo che dovessi uscire, gli disse: «O tu, hai fatto il bel pensiero! Che credi tu fare con questi tuoi apparati? credi tu fuggire per questo la potenza mia e l’ira del re? Villano ribaldo, io ti farò impiccare in ogni modo». E così, ripregandolo quello e quell’altro dicendogli villania, non parve a Gianmatteo di perdere più tempo. E fatto il cenno con il cappello, tutti quegli che erano a romoreggiare diputati dettono in quegli suoni, e con romori che andavono al cielo ne vennono verso il palco. Al quale romore alzò Roderigo gli orecchi e, non sappiendo che cosa fussi e stando forte maravigliato, tutto stupido domandò Gianmatteo che cosa quella fussi. Al quale Gianmatteo tutto turbato disse: «Oimè, Roderigo mio! quella è mogliata che ti viene a ritrovare». Fu cosa maravigliosa a pensare quanta alterazione di mente recassi a Roderigo sentire ricordare il nome della moglie. La quale fu tanta che, non pensando s’egli era possibile o ragionevole se la fussi dessa, sanza replicare altro, tutto spaventato se ne fuggì, lasciando la fanciulla libera, e volse più tosto tornarsene in inferno a rendere ragione delle sua azioni, che di nuovo con tanti fastidii, dispetti e periculi sottoporsi al giogo matrimoniale. E così Belfagor, tornato in inferno, fece fede de’ mali che conduceva in una casa la moglie. E Gianmatteo, che ne seppe più che il diavolo, se ne ritornò tutto lieto a casa.
1. Il titolo Favola fa riferimento al carattere novellistico del testo. Boccaccio nel Decameron (Proemio 13) aveva definito «novelle, o favole, o parabole, o istorie» i suoi racconti. Il termine si riconnetteva al francese fabliau, che contrassegnava un genere della letteratura d’oïl di storie in versi di contenuto burlesco o satirico, spesso anche salaci. Machiavelli aveva già impiegato il termine “favola” in relazione alla Mandragola («La favola Mandragola si chiama», Prol. 34), ma lì riprendeva un verso di Terenzio («Hecyra est huic nomen fabulae», Hecyra. 1), nel quale fabula equivale a “testo teatrale”.
2. Leggesi... cose: il richiamo a scritture del passato per certificare la verità di quanto si sta per raccontare è caratteristico di Machiavelli. Formule analoghe le troviamo in altri luoghi delle sue opere, ad esempio nei Discorsi: «se [i prìncipi] leggessono le istorie, e delle memorie delle antiche cose facessono capitale» (I 10 10); «lo dimostrono infiniti esempli che si leggono nelle memorie delle antiche istorie» (I 16 2); «Leggesi intra le cose antiche della Republica viniziana, come...» (III 22 39); ecc.
3. per relazione: “per racconto”.
4. alcuno: ha valore di articolo indeterminativo.
5. qualunque: “chiunque”.
6. mediante quelle: per privilegio concessogli da Dio in ricompensa delle sue preghiere.
7. donde che: “per cui”.
8. Minòs e Radamanto: nella mitologia greca esercitavano, insieme a Eaco, l’ufficio di giudici infernali. Minosse è anche il giudice dell’inferno dantesco.
9. querele: “lamentele, accuse”, nei confronti delle mogli.
10. Plutone: nella mitologia classica era il re dell’Ade.
11. per lui: “da lui”.
12. maturo essamine: su questa espressione vd. Introduzione p. XIII.
13. fallacia: “inganno”.
14. conoscerne: “riconoscerne”.
15. parlò... in questa sentenza: “pronunciò questo discorso”. È la stessa formula che Machiavelli adotta nell’introdurre i discorsi dei personaggi nelle Istorie fiorentine (II 34 8; III 5 1, 13 2; IV 21 2; V 8 3, 11 6, 21 3; VI 20 3; VII 23 3; VIII 10 5).
16. dilettissimi miei: appellativo che rivela amore e concordia d’intenti fra il re dell’inferno e la cerchia dei diavoli suoi dignitari. La stessa espressione ricorre frequentemente negli scrittori religiosi quando si rivolgono ai loro fedeli nelle lettere (Caterina da Siena) o nelle prediche (Bernardino da Siena).
17. per celeste... regno: il potere infernale era stato conferito a Plutone da Dio e perciò, a differenza dei regni terreni, in alcun modo poteva essere rovesciato.
18. obligato: “sottoposto”.
19. è maggiore... iudizio: quanto più il sovrano esercita un potere assoluto e incontestabile, tanto più è motivo di prudenza da parte sua sottomettersi alle leggi e tener conto del giudizio di coloro che lo circondano. Plutone, insomma, è il principe ideale e l’inferno un modello mirabile di organizzazione politica.
20. seguire... imperio: “dare seguito ad accuse infamanti nei nostri confronti”. Plutone, da sovrano oculato qual è, si preoccupa non solo che il suo regno sia bene amministrato, ma anche che goda di buona reputazione.
21. dando... relazione: “giudicando in base a quanto ci è riferito”, cioè senza avere cognizione diretta delle cose.
22. leggieri: “superficiali”.
23. carichi: “biasimi, accuse”. La necessità per un principe di non essere biasimato è argomento svolto ripetutamente da Machiavelli nelle sue opere politiche e storiche, talora addirittura con le stesse parole: «Debbe... uno principe fuggire questi carichi pubblici» (Discorsi, III 6 12).
24. discrepanti: “in disaccordo”.
25. più: più diavoli.
26. questo vero: “la verità di questa cosa”.
27. occorreva: “veniva in mente, sembrava”.
28. senza... disagio: evidentemente lasciare l’inferno per trasferirsi sulla terra era per i diavoli motivo di disagio.
29. la maggior... opinione: nel consesso infernale le decisioni si prendono, dunque, a maggioranza, come in una repubblica bene ordinata.
30. Belfagor: il nome è adattamento di Baal-Peor, una divinità fallica cananea che nell’ebraismo fu trasformata in figura demoniaca. È presente più volte nella Bibbia (Nu. 25,1-5; 31,16; De. 4,3; Gios. 22,17; Sal. 106,28; Os. 9,10), da cui poi passò nella demonologia cristiana medievale. Il diavolo Belfagor è citato nel Morgante di Pulci (XXV 197, XXVII 38), per il cui tramite è probabile che arrivi alla novella.
31. arcangelo: nelle gerarchie angeliche, come erano state classificate dallo pseudo-Dionigi l’Areopagita (V-VI sec.) e riprese poi da Dante nel Paradiso, gli arcangeli erano di un grado superiori agli angeli. Machiavelli dà conto della qualifica di “arcidiavolo”, attribuita a Belfagor nella fonte della novella, aggiungendo che fosse un arcangelo prima della caduta. Che le gerarchie infernali rispettino quelle precedenti paradisiache è un altro segno che depone a favore del buon ordine del regno di Plutone.
32. carico: “incarico, compito”.
33. imperio: “comando, ordine”.
34. solennemente: cioè, con tutti i crismi della legalità.
35. a questa... deputato: “incaricato di questo compito”.
36. centomila ducati: è una somma enorme; si può ricordare che Machiavelli in un dispaccio dalla Francia del 5 agosto 1500 (LCSG, I, p. 406) lamentava l’insufficienza della provvigione concessagli dalla Repubblica che ammontava a venti ducati mensili.
37. per esperienza: “per averne fatto esperienza diretta”.
38. carichi: “obblighi”.
39. che: ha valore di “a cui”.
40. che si tira drietro: “che porta con sé”; l’accordo del verbo singolare con più soggetti è frequente nell’italiano antico.
41. eccetto... liberassi: Belfagor, trasferendosi sulla terra, non potrà giovarsi dei suoi poteri demoniaci, ma solo usare l’inganno e l’astuzia come qualsiasi altro essere umano (vd. Introduzione, pp. XX-XXI).
42. condizione: umana.
43. di sua... compagni: “servitori e cavalli al suo servizio”.
44. elesse... domicilio: il riconoscimento di Firenze come città più idonea all’impiantarsi dei diavoli sulla terra era già nel canto carnascialesco Diavoli iscacciati di cielo, testo di Machiavelli riconosciuto al 1502: «Già fumo, or non siàn più, spirti beati / per la superbia nostra / siàno stati dal ciel tutti scacciati, / e in questa città vostra / abiàn preso il governo, / perché qui si dimostra / confusïon, dolor più che in inferno» (SPP, pp. 221-22).
45. quella... danari: Firenze, città di mercanti e di banchieri, è giudicata da Roderigo la più tollerante verso chi esercitava attività usurarie, nelle quali aveva intenzione di investire il suo capitale. Gli scrittori religiosi quattrocenteschi avevano ripetutamente condannato questa pratica; Savonarola, in particolare, ne aveva fatto un tema ricorrente delle sue prediche. La ragione per cui il diavolo avesse scelto Firenze era già nella fonte che Machiavelli riscriveva, ma in un primo momento egli aveva calcato la mano su questa caratteristica della sua città, facendo seguire a danari: «e quel si fusse o di poca religione o di altre malizie che concepé», tratto di testo poi cancellato nell’autografo (vd. Nota ai testi, p. XXXIV). Accusare i fiorentini di scarsa religiosità e di altri comportamenti maliziosi non era opportuno in un momento in cui lo scrittore, negli ultimi anni della sua vita, era al servizio dei Medici e di papa Clemente VII.
46. Roderigo di Castiglia: tutti i nomi dei personaggi, tranne come vedremo uno, sono gli stessi di quelli della fonte.
47. Borgo d’Ogni Santi: via che prendeva nome dalla chiesa d’Ognissanti, sul lato ovest della città. Anche i luoghi del racconto coincidono tutti con quelli della fonte.
48. le sue condizioni: il fatto che fosse un diavolo.
49. Sorìa: “Siria”.
50. avere... facultà: la città siriana di Aleppo, punto di incontro fra le rotte orientali e le strade che portavano al Mediterraneo, era un centro fiorentissimo di attività commerciali, cosa che rendeva verosimile che lì Roderigo si fosse arricchito. F. Grazzini (SPP, p. 307 n.) segnala che il profilo di Roderigo, originario della Spagna e trasferitosi ad Aleppo, corrisponderebbe a quello degli ebrei sefarditi che, cacciati dalla Spagna nel 1492, trovarono rifugio proprio ad Aleppo, dove molti accumularono grandi fortune.
51. umani: “progrediti, civilizzati”.
52. alla vita civile: “al vivere secondo le leggi, ordinatamente”. Per cogliere il significato di questa espressione può essere utile un passo delle Ist. fior., VIII 29 12, nel quale la vita civile è opposta alla corrotta, la libertà alla tirannide, la giustizia alla licenza. L’espressione non ricorre identica in Brevio, dunque è da riconoscere a Machiavelli.
53. dimostro: “dimostrato”, forma forte del part. pass.
54. umano e liberale: “affabile e generoso”. È curioso che la stessa coppia di aggettivi sia stata impiegata da Machiavelli nel descrivere Cosimo de’ Medici: «Era Cosimo uomo prudentissimo, di grave e grata presenzia, tutto liberale, tutto umano» (Ist. fior., IV 26 2). Il passo diverge in Brevio.
55. avevano... danari: l’acuta notazione sociologica è originale di Machiavelli; in Brevio si legge più banalmente: «essendosi divolgata la fama della ricchezza et de’ costumi suoi, molti partiti li furono posti innanzi».
56. Onesta: nella versione di Brevio il nome della donna è Ermellina e tale doveva essere nella fonte comune. Nel cambiamento si coglie l’interesse di Machiavelli per i personaggi proverbiali: nella Mandragola Monna Ghinga, Va’-qua-tu, forse la Pasquina; nella Clizia il Mirra. Onesta da Campi nella letteratura quattrocentesca fiorentina è infatti personificazione ricorrente della virtù ipocrita femminile. Su questo personaggio vd. Ageno 1958, p. 74, che riporta fra l’altro la descrizione del personaggio fatta da Leonardo Salviati: «Quando era veduta, faceva d’una ciriegia tre bocconi; quando no, inghiottiva un fegatello in uno». Altri riferimenti bibliografici su Onesta in Pico Luri di Vassano [Ludovico Passarini], Modi di dire proverbiali e motti popolari italiani spiegati e commentati, Roma, 1875, p. 480, n° 1013. Sono dunque del tutto fuori luogo i rimandi, che pure sono stati proposti, al personaggio decameroniano di Nastagio degli Onesti per il nome o addirittura alla Piccarda Donati dantesca (Par. III) per appartenenza familiare.
57. Amerigo Donati: è un personaggio storico vissuto a Firenze nel XIV secolo, ricordato da Machiavelli nelle Istorie fiorentine, II 27 9 e 37 9. Di lui avevano parlato anche le Croniche di Giovanni e Matteo Villani e il Trecentonovelle di Sacchetti.
58. il quale... marito: il numero di figli (tutti uomini, già adulti) e di figlie di Amerigo Donati è una notazione presente in Machiavelli ma non in Brevio, dunque presumibilmente assente nella fonte comune. Senonché si tratta di un’anticipazione essenziale alla narrazione, perché la rovina economica di Roderigo dipende proprio dalle spese che lui sosterrà per costituire la dote alle sorelle di Onesta e avviare delle attività che saranno fallimentari ai fratelli.
59. nobilissima famiglia: la famiglia dei Donati era stata preminente nell’oligarchia medievale fiorentina. Un suo esponente, Corso Donati, era stato il capo fazione dei Guelfi Neri.
60. la brigata: “la famiglia”, comprensiva anche della servitù.
61. pompe: “sfarzi, lussi”.
62. avere... uomini: anche questa è un’aggiunta originale di Machiavelli, che mette in rilievo un’altra debolezza del diavolo fattosi uomo: il desiderio e il piacere di essere lodato.
63. Lucifero: sorprende il riferimento a Lucifero dopo essere stata riconosciuta a Plutone la supremazia degli Inferi.
64. come prima: “non appena”.
65. da ogne... signoreggiare: “imporgli la sua volontà su tutto”.
66. morderlo: “aggredirlo”.
67. inestimabile noia: “afflizione grandissima”.
68. che... varia: l’osservazione sulla fatuità delle donne fiorentine che cambiavano in continuazione le mode degli abiti è anche in Brevio, per cui è da ricondurre alla fonte comune. L’argomento, tuttavia, era stato già toccato nella Commedia in versi (I 213-19), oggi riproposta a Machiavelli, dove Catillo lamenta al servo Dromo le spese eccessive a cui lo costringeva la moglie: «Ogni giorno una veste / con dua balzane almen vuole, e con coda / più lunga che si può, e il capo ornato / chiede di gemme e oro: in modo tale / ch’io più non posso, e appena mi vale / l’entrata mia, e già la dota ho spesa, / benché la fussi una dota dipinta».
69. avere... quella: “stare in pace con lei”.
70. mandare... drappi: con una partita di panni e di drappi da vendere l’uno a Levante, l’altro a Ponente.
71. battiloro: “bottega di orafo”.
72. dispensò: “consumò, spese”.
73. ne’ tempi... Giovanni: durante i giorni di carnevale e dei festeggiamenti di san Giovanni Battista, patrono di Firenze, che si concludevano il 24 giugno.
74. si onorono: “si rendono onore l’un l’altro”.
75. parute: “parse, sembrate”.
76. pacificamente: “in tranquillità”.
77. serventi: “donne di servizio”. Machiavelli distingue in questo modo i servi maschi dalle femmine; nella Clizia, Prol. 6: «quella appresso è Doria ancilla, sua servente».
78. elessono: “scelsero, preferirono”.
79. mobile: “denaro contante”.
80. ritratti: “profitti, guadagni”.
81. per non... grado: “per non venir meno agli obblighi del suo status”.
82. prese a cambio: “prese del denaro in prestito a interesse”.
83. girandogli... addosso: “gravandogli già sul capo un debito consistente”. Il marco, originariamente unità di peso per l’oro e l’argento, non fu mai una moneta circolante a Firenze, e tuttavia i mercanti fiorentini avevano l’abitudine di tenere i loro conti in marchi.
84. fu presto notato: “fu presto tenuto sotto osservazione”.
85. quegli... travagliano: i prestatori a usura, che avevano i loro banchi in Mercato Vecchio.
86. tenero: “delicato, preoccupante”.
87. publicata: “resa nota, conosciuta”.
88. si ristrinsono insieme: “fecero fronte comune”, a tutela dei propri interessi.
89. scoprirsi: “venire allo scoperto, agire apertamente”.
90. destramente: “con accortezza, senza dare all’occhio”.
91. dal detto al fatto: “di punto in bianco, all’improvviso”.
92. a quanto... costringeva: l’obbligo di non fare ricorso ai suoi poteri diabolici.
93. Porta al Prato: da cui si usciva dalla città per andare verso Prato. Borgo d’Ognissanti, dove Roderigo aveva scelto di abitare, era in prossimità di quella porta.
94. il romore si levò: “la notizia si diffuse”.
95. i cursori: corrispondevano ai nostri messi giudiziari.
96. popularmente: “con un concorso di popolo, con molta gente”.
97. Peretola: borgo a nordovest di Firenze sulla strada per Prato, ora periferia fiorentina.
98. a casa Gianmatteo: “a casa di Gianmatteo”; costrutto apreposizionale tipico dell’antico toscano.
99. Giovanni del Bene: è un personaggio realmente esistito, ricordato da Machiavelli in Ist. fior., III 24 1, tra coloro che furono ammoniti o confinati nel 1387 a seguito delle discordie cittadine seguite alla deposizione di Filippo Magalotti da gonfaloniere di giustizia.
100. a sorte: “per caso”.
101. da rodere ai buoi: cioè, erba e fieno per i buoi.
102. seguitavano: “inseguivano”.
103. saggio: “prova”.
104. ancora che: “benché”.
105. animoso: “ardito, coraggioso”.
106. uno monte: “un cumulo”.
107. mondiglie: “residui di piante, sterpi”.
108. Non... fornito: “aveva Roderigo appena finito di nascondersi”, con non pleonastico.
109. perseguitatori: “inseguitori”.
110. spaventi: “minacce”.
111. non trassono: “non riuscirono a fargli confessare”.
112. cerco: “cercato”.
113. il romore: “la confusione, il trambusto”.
114. tolta: “prescelta, sposata”.
115. spiritata: “posseduta dal diavolo”.
116. a suo modo: “a suo piacere”.
117. rimasi: “rimasti”.
118. si sparse: “si diffuse notizia”.
119. Amidei... Tebalducci: erano entrambe famiglie nobili della Firenze medievale.
120. la testa di san Zanobi: san Zanobi (o Zenobio) era stato un vescovo fiorentino vissuto tra il IV e il V secolo. Nel 1487 lo stampatore fiorentino Bartolomeo de’ Libri pubblicò una Vita di san Zenobio scritta da Clemente Mazza, nella quale si attribuiva al santo la risoluzione di alcuni casi di impossessamento. La “testa” del santo era in realtà un busto reliquiario conservato in Santa Reparata, antico nome del duomo di Firenze (Grazzini 1990, pp. 80-81).
121. san Giovanni Gualberto: sul potere di esorcizzare il demonio riconosciuto a san Giovanni Gualberto è costruito il testo che si pubblica nell’Appendice di questo volume. Brevio, veneziano, ne banalizza il nome in “san Giovanni Alberto”.
122. uccellate: “sbeffeggiate, tenute in nessun conto”.
123. parlava... molti: il parlare lingue sconosciute (xenoglossia) e il rivelare pubblicamente i peccati altrui erano due facoltà che certificavano la verità dell’impossessamento secondo i rituali ecclesiastici.
124. il partito: “il patto”.
125. per abbellire la cosa: in modo da renderla credibile.
126. però: “perciò”.
127. Carlo, re di Napoli: sulla base del riscontro con gli altri personaggi fiorentini citati dovrebbe trattarsi di Carlo III d’Angiò Durazzo (1345-1386).
128. sanza te: “senza il tuo intervento”.
129. sendo disobligo: “essendomi disobbligato”.
130. meglio che: “più di”.
131. cinquantamila ducati: era metà della somma assegnata a Belfagor da Plutone.
132. Lodovico... Francia: Luigi VII di Francia aveva regnato dal 1137 al 1180, dunque è cronologicamente incompatibile con gli altri personaggi storici citati nella novella.
133. cursore: “messo, inviato”.
134. se ne trovavano: di diavoli.
135. religione: “rito religioso, esorcismo”.
136. con tutto questo: “nonostante ciò”.
137. appenderebbe: “impiccherebbe”.
138. fatto... cuore: “fattosi coraggio”.
139. a mia posta: “a mio piacere”.
140. dimolti: “molti”.
141. aréno... nostra: “raggiungeremo il nostro scopo”.
142. la piazza... Dama: la piazza di Notre-Dame, la più importante di Parigi.
143. crero: “clero”.
144. cembanelle: erano dei piccoli tamburi.
145. cemboli: “cembali”, simili ai nostri piatti.
146. romori: strumenti che facessero rumori d’ogni tipo. L’elencazione degli strumenti, che manca nella versione di Brevio, rimanda alla spicciolata perduta, che a sua volta riprendeva Le Fèvre: «Et fist tant qu’il ot mainte paire / D’instrumens pour grant noise faire: / Muses, tabours, bacins, paelles, / Nacayres, trompes et vielles» (vd. p. 30).
147. stupido: “stupito, frastornato”.
148. pompa: “messinscena sontuosa”.
DOCUMENTI
1
Giacomo di Vitry
Nato verso il 1170 a Vitry, morto a Roma il 1240. Religioso dell’ordine dei Canonici regolari di sant’Agostino, predicò la crociata contro gli Albigesi, poi quella in Terra Santa. Trasferitosi a Roma presso la curia papale, fu nominato cardinale da Gregorio IX nel 1229. Scrisse opere storiche, omiletiche, exempla, ecc. Il testo dei due exempla è tratto da Vom Mittelalter und von der lateinischen Philologie des Mittelalters, von Paul Lehmann. Die Exempla des Jacob von Vitry. Ein Beitrag zur Geschichte der Erzählungsliteratur des Mittelalters, von G. Frenken, Beck, München 1914, pp. 128-29, con alcuni emendamenti.
a) Exemplum LXIV
Audivi quod quidam habens uxorem pessimam, litigiosam et adulteram, cum non posset amplius sustinere, voluit ire ad sanctum Jacobum ut fugeret illam. Cumque uxor diceret ei: «Domine, ecce recedetis; cui me commendabitis?» Ille iratus ait: «Diabolo te commendo», et recessit. Cum autem ad mulierem quidam ex adulteris venisset, presto fuit diabolus valde terribilis et ait illi: «Recede cito, vide pro oculis ne mulierem istam tangas, alioquin interficiam te, quia michi commendavit eam vir eius». Et fugit adulter valde perterritus et ita de secundo et tercio et aliis adulteris fecit hostis callidus, qui quandoque quiescere facit a fermento operis ut magis ardeat ignis pravae voluntatis. Post multum vero temporis, viro a peregrinatione redeunte, apparuit ei diabolus dicens: «Recipe uxorem tuam, quam michi commendasti, et eam cum magno labore custodivi. Libencius decem equas silvestres servarem, quam talem et tam pessimam mulierem».
Ho sentito di un tale che, avendo una pessima moglie, litigiosa e adultera, e non potendo più a lungo sopportarla, decise di andare a Santiago per starne lontano. Dicendo a lui la moglie: «Signore, ecco che voi andate via e a chi mi affiderete?» Lui irato rispose: «Al diavolo ti affido!» e partì. Venuto a trovare la donna uno dei suoi drudi, ecco che apparve un diavolo spaventoso e disse a lui: «Vai via subito, bada di non toccare questa donna davanti ai miei occhi, altrimenti ti ucciderò, perché me l’ha affidata il marito». E il drudo fuggì terrorizzato, e così fece con un secondo, con un terzo e con altri l’astuto Nemico, che a volte fa desistere dal realizzare una cattiva azione perché arda maggiormente il fuoco della prava volontà. In verità, dopo molto tempo, al marito che tornava dal pellegrinaggio apparve il diavolo e disse: «Riprenditi tua moglie, che mi affidasti e che con grande fatica ho custodito. Avrei più volentieri tenuto a freno dieci cavalle selvatiche che una simile così pessima donna».
b) Exemplum LXV
Audivi insuper de alia calliditate cuiusdam demonis, quem quidam fur familiarem habebat et comitabatur eum in furando et pluries captum liberavit de carcere. Unde et latro, quasi securus factus et de auxilio dyaboli confidens, multa mala faciebat et quasi aperte furari et iugulare homines non cessabat. Tandem captus latro ille et ad suspendium ductus, expectabat ut more solito diabolus veniret et ipsum liberaret. Diabolo autem abscondente se postquam prope furcas fuit, ut iam non esset ei opportunitas penitencie nec iam posset evadere, apparuit ei demon cum multis calciamentis attritis et subtus perforatis. Cumque latro valde gaudens in eius adventu dixisset: «Quare tantam moram fecisti et me liberare distulisti?», ostendit ei diabolus multa paria calciamentorum perforata et attrita et ait illi: «Omnia haec calciamenta consumpsi tecum eundo et frequenter liberando, ut te securum redderem et ad hanc horam te adducerem et ponerem in tali statu ut iam evadere non valeres. Sufficit michi, iam securus sum de te, de cetero amittere te non valeo». Et ita latro suspensus spiritum suum reddidit in manus seductoris.
Ho sentito inoltre dire di un’altra furbizia di un diavolo con cui aveva consuetudine un ladro; i due andavano insieme rubando, e più volte che il malfattore fu preso il diavolo lo liberò dal carcere. Per cui costui, sentendosi pressoché sicuro e confidando sull’aiuto del diavolo, commetteva molti delitti e quasi scopertamente non smetteva di rubare e ammazzare. Finalmente preso e condotto alla forca, il ladro aspettava che alla maniera solita venisse il diavolo a liberarlo. Giunto il diavolo alla forca restando invisibile, perché il ladro non avesse possibilità di pentirsi né ormai di fuggire, si mostrò poi a lui con una quantità di scarpe consumate e bucate. E avendo detto il ladro, molto contento del suo arrivo: «Perché hai tanto tardato a venirmi a liberare?», il diavolo mostrò a lui le molte paia di scarpe consumate e bucate, e disse: «Ho consumato tutte queste scarpe per andare con te e tante volte liberarti per assicurarmi di te, condurti a questo punto e metterti in condizione di non fuggire. Ormai basta, ti ho in pugno, d’ora in poi non posso lasciarti andare». E così il ladro, impiccato, consegnò la sua anima nelle mani del tentatore.
2
Pietro di Limoges
Nacque a Donzenac, presso Brive, intorno al 1230. Fu maestro delle Arti a Parigi e studioso di teologia. Intorno al 1272-73 raccolse più di duecento fra exempla, sermoni e altre tipologie. Morì nel 1306. Il testo qui riprodotto è ripreso da ms. Lat. 15970 della Bibliothèque nationale de France, fol. 280 c-d.
Diabolus duxit uxorem et, ea ditata, non sustinens eius malitiam, secessit; et invenit in itinere quemdam tristem, et interrogatus quia, respondit quia habui tre uxores: prima fuit mala, secunda peior, tertia quam terzio habeo est pessima et vivus diabolus, et ideo recedo. Et ego, inquit diabolus ipse, eamdem causam; simus ergo socii. Ditabo! Scis alium officium? Non. Et diabolus: Tu eris medicus quia ego sum diabolus, et intrabo corpora hominum et vexabo eos, et accipies eos in curam et dabis eis medicinam et secreto dices mihi quod exeam et exibo. Sic de multis fecerunt et collegerunt multam pecuniam. Tandem cum medicus obligasset se sub pena capitis ad curandum quemdam principem infra novem dies ad domum eius, noluit exire diabolus. Et ille: Exi, socie, quia non restant nisi tres dies quod amittam caput nisi exeas! Et ille: Hoc nolo. Ultima die, cum nollet exire, medicus dixit filio principis quod, congregatis omnibus terre histrionibus et puellis civitatis facerent cantum et choream a principio civitatis usque ad palatium principis. Audiens demon cantum et vocem istorum, quesivit a socio: Quid est quod audio? Et ille: Cito scies. Et cum proprius accedentes clarius audisset: Pro Deo, inquit, dic mihi quid hoc est! Et ille: Non possum plus tibi celare: hoc est uxor tua que venit te videre. Uxor mea! dixit diabolus, pro toto mundo non expectarem eam. Et subito recessit et curatus est princeps et medicus ditatus.
Un diavolo aveva preso moglie e dopo averla arricchita, non sopportandone la natura malvagia, andò via. E s’imbatté per strada in un tale che andava tutto triste. E chiestogli il perché, rispose: «Perché ho avuto tre mogli: la prima cattiva, la seconda peggiore, la terza, quella attuale, pessima, un diavolo in carne e ossa, e per questo vado lontano». «Anch’io» disse il diavolo «vado per la stessa ragione. Dunque, diventiamo soci! Io ti farò ricco. Hai un mestiere?» «No.» E il diavolo: «Sarai medico, perché io sono il diavolo ed entrerò nei corpi della gente e li tormenterò; e tu li prenderai in cura, darai loro una medicina e segretamente mi dirai di uscire, e io uscirò». Così fecero nei confronti di tanti e guadagnarono molto denaro. Finalmente essendosi obbligato il medico a guarire un principe in casa di lui entro nove giorni sotto pena capitale, il diavolo si rifiutò di uscire. E quello: «Esci, compagno, perché restano solo tre giorni e mi sarà tagliata la testa se non esci!». E quello: «Non voglio». L’ultimo giorno, non volendo uscire, il medico disse al figlio del principe che, riuniti tutti i buffoni del circondario e le fanciulle della città, si facessero canti e balli dall’inizio della città fino al palazzo del principe. Il demonio sentendo il canto e le voci di costoro, chiese al compagno: «Che è quello che sento?». E quello: «Presto lo saprai». E sentendo più forte quelli che intanto si stavano avvicinando: «Per Dio,» disse «dimmi che cos’è!». E quello: «Non te lo posso più nascondere: è tua moglie che ti viene a rivedere!». «Mia moglie!» disse il diavolo. «Non mi farei trovare da lei neanche per tutto il mondo.» E immediatamente scappò via, e così il principe guarì e il medico si arricchì.
3
Jean Le Fèvre
Di lui non si hanno notizie dirette. Si ricostruisce dalle sue opere che dovette nascere probabilmente nel 1326 a Ressons-sur-Matz, nell’Oise. Oltre a Les Lamentations de Matheolus, volgarizzamento dei Lamenta di Matteolo, scrisse il Livre de Leësce e Le Respit de la Mort. Gli sono stati anche attribuiti i volgarizzamenti dei Disticha Catonis e della Vetula dello pseudo-Ovidio. È sconosciuto l’anno della sua morte. Il testo qui riportato è ripreso da J. Le Fèvre de Ressons, Les Lamentations de Matheolus, Édition critique par T. Pacchiarotti, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2010, II 3853-4013.
L’en dit qu’il n’est si grant rage
Com de tourment de mariage.
En escript le puet on trouver,
Et par cest exemple prouver,
Qu’on ne dois pas tenir a fable.
Jadis un mirre et un deable
En un chemin s’entrecontrerent,
Et par serement fiancencerent
A tenir bonne compaignie.
Mainte personne est mehaingnie
Par la flamme de convoitise,
Qui les chetifs art et atyse.
Le mire veult acompaingner
Au deable pour argent gaaingner.
Entr’eulx firent un couvenant,
Si comme j’en suy souvenant,
Que le mauvais entrer devoit
Dedens le corps que il grevoit,
Es personnes bonnes et saines.
Par les entrailles par les vaines,
Et partout les faisoit fumer,
Frendir, tresaillir, escumer,
Par tourment de forsennerie
Et par l’art de deablerie,
Afin qu’il eüssent argent
Par avarice, qui art gent.
Et quant le mire ilec venroit
Le mauvais en paix se tenroit,
Et ystroit hors a sa requeste.
Quant entrés furent en leur queste,
Ainsi com leur chemin aloient
Et de pluseurs choses parloient,
Le mire demanda au deable
Quel tourment est plus tourmentable
Et plus cruel a soustenir
Le mauvais ne se pot tenir
Qu’il ne deïst de son affaire.
«Certes,» dist-il «on ne puet faire
Si grief tourment a creature,
En enfer n’en prison obscure,
Com de lyen de mariage.
C’est rage passant toute rage,
C’est martire plus que martire,
Tousjours parseverant atire.
Marié suy, pour ce le sçay,
Car j’en ay esté a l’essay.
En enfer desplaist moult forment,
Mais il n’y a sy grief tourment
Com le tourment connubial.
Sathan, Belzebut, Belyal,
Ne la flamme que tant ahenne
Les dampnés ou feu de jehenne,
Ne sont point tant espoëntable.
En lit ne hors lit ne a table
Ne puet li mariés durer,
Il a trop dur a endurer.
Je le sçay par experience
Si te jur par ma conscience!
J’ameroye mieulx estre en enfer,
Lyés en buyes ou en fer,
Souffrir la plus crueuse flamme,
Que retourner avec ma femme.»
Or advint que ces deux vassauls
Firent pluseurs mauvais assauls.
Pluseurs personnes ahennerent,
Et pluseurs aussi en sanerent.
Et gaingnerent a voulenté
Or et argent a grant plenté.
En la fin le mauvais deable
Tricheur, fraudeur et decevable,
Querant du mire la ruÿne,
Entra ou corps d’une roÿne.
Tantost a terre l’adenta
Et moult griefment la tourmenta.
On l’oït de moult loing cryer.
Lors vint on le mire prier,
Qu’il se penast d’elle curer.
Quar, se ce pouoit procurer,
Bien souls seroit et bien payés.
Le mire ne s’est esmayés,
Ains promist de sa santé rendre.
Le roy dist qu’il le feroit pendre,
S’il en failloit a jour prefix,
Et jura par le crucefix,
Qu’autrement n’en eschaperoit.
Le mire dist qu’il en feroit
Tant que ja n’en seroit repris
Quant accordé orent le pris,
Le mire ala au compaignon.
Bas parla au mauvais gaingnon,
Et dist: «Ys hors de ceste dame
Sans le blecier de corps ne de ame».
Il respondy que non feroit
Et qu’encor la tourmenteroit.
«Non feras!» ce disoit le mire.
«Tu ne me dois pas escondire,
Que tu n’ysses hors maintenant,
Quar tu le m’as en couvenant.
Fay tost! Si avray mon salaire.»
Le mauvais n’en vouloit rien faire.
Le mire fut moult esbahÿ,
Et vit bien qu’il estoit traÿ.
Le mauvais dist: «Saches de voir,
Je ving cy pour toy decevoir.
C’est mon office de mal faire,
Quar je suy a tout bien contraire.
Se je puis tu seras pendu!».
Quant le mire l’a entendu,
Si l’en pesa moult durement.
Lors luy fist un conjurement,
De par Dieu, mais peu lui valoit,
Quar au deable n’en chaloit.
Lors se pensa le dolent mire,
Qui tristes estoit et plain de ire,
Comment se garderoit de mort.
En sa pensee se remort,
Que le mauvais dit luy avoit,
Comment par espreuve sçavoit
Lequel tourment est plus crueus.
Le mire, comme vertueus,
Pensa du mauvais tarier.
Pour le honnir par marier,
Quist une femme bien ournee,
Bien vestue et bien atournee,
Et fist tant qu’il ot mainte paire
D’instrumens pour grant noise faire:
Muses, tabours, bacins, paelles,
Nacayres, trompes et vielles,
De jongleurs se voult garnir
Pour son compaignons escharnir.
Puis vint a luy et dist: «Ys hors!
Trop as esté dedens ce corps.
Tu me cuides faire mourir,
Mais j’ay qui me vient secourir.
Ys hors, ou tu y auras perte!
Meschief te vient, c’est chose aperte.
Vecy ta femme que je amaine,
Pour toy faire doleur et paine,
Quar d’entrer avec toy s’assent.
Pour mon meschief, en aras cent!».
Il fist les instrumens sonner,
A paine y oïst on tonner.
Lors le mauvais ala doubtant.
En ullant et en sanglatant,
Pria le mire a laide chiere
Que sa femme tournast arriere:
«Tres chier compaing par ta noblesce,
Oste moy ceste deablesse!
Ne la laisse pas a moy joindre!
Tourment ne me pourroit plus poindre.
Certes, de double mort mourroye,
Ne endurer ne le pourroie.
Je me mariay de male heure,
Flamme d’enfer qui tout deveure,
Dont j’ay apris la pestilence,
Est plus souef par excellence
A endurer et plus paisible,
Moins tourmentant et moins horrible
Que n’est paine de mariage.
S’il n’y avoit fors le servage,
Ne sçay je comment on l’endure,
Si n’ay de mariage cure.
J’aim mieulx moy a tousjours offrir
A tous tourmens d’enfer souffrir
Que mariage: il n’est mors tele.
Trop est la bataille mortelle!
Pour ce te pry que tu te cesses,
Et hors de cy aler me laisses».
Il yssi hors et s’en ala
Droit en enfer, quar il a la,
Si comme il disoit, moins de paine.
La roÿne demoura saine,
Et le mauvais s’esvanouÿ,
Dont le mire s’en esjouÿ.
Ce que j’ay dit assés tesmoingne
Que le deable moult resoingne
Mariage et forment le doubte.
Si ne sçay pourquoy homs s’i boute,
Ne comment soy marier ose,
Quar il n’est sy terrible chose.
Pluseurs exemples en savés,
Avec ceulx que dessus avés.
Si dice che non ci sia sciagura peggiore della tortura del matrimonio. Per iscritto si può trovare e con questo racconto verificare, che non si deve credere sia una fandonia. Una volta si incontrarono per via un medico e un diavolo, e con giuramento si impegnarono a far lega insieme. Molti individui sono afflitti dalla fiamma della cupidigia, che i malvagi prende e invoglia. Il medico volle accompagnarsi al diavolo per guadagnare denaro. A quello che mi sovviene, fecero patto fra loro che il maligno dovesse entrare nei corpi da possedere, tutti di persone belle e sane. Dalle viscere, dalle vene, dappertutto faceva loro mandar fumo, grugnire, fremere, sbavare, per tormento di pazzia e arte diabolica, al fine di ricavarne denaro, per quella cupidigia che tutti prende. E quando il medico fosse giunto lì, il maligno si sarebbe acquetato e a sua richiesta sarebbe uscito dal corpo. Quanti profitti realizzarono nel loro andare insieme in cerca! Così, quando erano in cammino e si trovavano a parlare di più cose, il medico chiese al diavolo quale tormento fosse più gravoso e crudele a tollerare. Il maligno non si poté trattenere dal parlare del suo caso. «Certamente,» disse «né in inferno né in un’oscura prigione si può straziare più crudelmente qualcuno come nel legame del matrimonio. È sofferenza che supera ogn’altra sofferenza, è martirio più di qualsiasi martirio: sempre perseverando, distrugge. Sono sposato, per questo lo so, ne ho fatto la prova. In inferno c’è grandissimo patimento, ma non c’è tormento così grave come quello del matrimonio. Satana, Belzebub, Belial, né la fiamma che tanto dilania i dannati, né fuoco di Geenna sono tanto spaventosi. Né in letto né fuori, né a tavola gli uomini sposati possono resistere: è cosa troppo dura a sopportare. Lo so per esperienza, te lo giuro sulla mia coscienza. Preferirei essere in inferno legato ai ferri o con catene, patir la fiamma che più brucia, piuttosto che a mia moglie far ritorno.» Accadde dunque che questi due personaggi ridussero a mal partito molte persone. A molti procurarono sofferenze e molti nel modo detto guarirono, e a loro volontà in grande quantità oro e argento intascarono. Alla fine il diavolo malvagio, ingannatore, fraudolento e traditore, desiderando la rovina del medico, entrò nel corpo d’una regina. Subito la prostrò faccia in giù, e molto gravemente la tormentò. Da molto lontano fu sentita gridare. Un tale venne allora a pregare il medico che si desse la pena di guarirla. Perché, se in questo riusciva, mangiato avrebbe a sazietà e ricevuto buona paga. Il medico non si perse d’animo, anzi fece promessa di rimetterla in salute. Il re lo avvisò che l’avrebbe fatto impiccare se nel giorno stabilito non ci fosse riuscito, e giurò per il crocifisso che altrimenti non l’avrebbe scampata. Il medico confermò che l’avrebbe fatto, e dunque non sarebbe stato punito. Dopo aver stabilito il compenso il medico andò dal compare. A quel cagnaccio parlò sottovoce e disse: «Esci fuori da questa dama senza far male al suo corpo né alla sua anima». Ribatté quello che non lo farebbe e che ancora la tormenterebbe. «Non lo farai?» disse il medico. «Tu non puoi negarmi di uscir subito, perché sono questi i patti fra noi. Fallo immediatamente, così avrai da me la tua parte.» Il maligno per niente voleva. Il medico fu molto sbalordito e si rese conto d’essere stato tradito. Disse il maligno: «Cerca di capire: io venni qui solo per ingannarti. È mio compito far del male, perché nemico sono d’ogni bene. Se mi riesce, tu sarai impiccato». Quando il medico sentì questo, molto duramente se ne dolse. Allora lo scongiurò per Dio, ma poco gli valeva, perché al diavolo questo niente interessava. Allora il povero medico, ch’era triste e pieno d’ira, pensò come potesse scampare alla morte. Si ricordò di quello che il maligno gli aveva detto: come conosceva per esperienza quale fosse il tormento più crudele. Il medico, scaltro com’era, decise di provocare il maligno. Per ingannarlo richiese una donna bene ornata, ben vestita e bene acchittata, e anche di avere molte specie di strumenti per fare gran rumore: cornamuse, tamburi, piatti, casseruole, nacchere, trombe e vielle; e volle anche fornirsi di giullari per trarre in inganno il suo compare. Poi si avvicinò a lui e disse: «Esci fuori! Troppo sei stato in questo corpo. Tu pensi di farmi morire, ma io ho chi viene in mio soccorso. Esci fuori, o per te sarà peggio! disgrazia te ne verrà, è cosa certa. Ecco tua moglie, che io faccio venire per darti dolore e pena, perché è decisa a entrare nel corpo insieme a te. In cambio della mia sciagura, tu ne avrai cento». Fece suonare gli strumenti: per il fracasso a malapena si sentiva. Allora il maligno divenne incerto. Urlando e singhiozzando, con gran disappunto pregò il medico che la moglie tornasse indietro: «Compagno carissimo, per la tua nobiltà liberami da questa diavolessa! Non farla ricongiungere a me. Non potrebbe darmi un tormento maggiore. Certamente di una seconda morte morirei, né potrei sopportarlo. Mi sposai, accidenti! La fiamma d’inferno che tutto divora, di cui ben conosco la sciagura, è senza paragone più dolce e piacevole, meno tormentosa e orribile della pena del matrimonio. Se anche non ci fosse che la schiavitù, non saprei come si possa sopportare; e così me ne tengo lontano. Preferisco sottomettermi a patire per sempre i tormenti d’inferno piuttosto che il matrimonio. Non c’è un’oppressione come questa: è una prova senza scampo. Per questo ti prego di finirla e che di qui mi lasci andar via». Uscì fuori il diavolo e se n’andò dritto in inferno, perché, come diceva, era lì il patimento meno duro. La regina fu guarita e il maligno sparì, cosa di cui il medico gioì. Ciò che ho raccontato prova in abbondanza quanto il diavolo tema il matrimonio e fortemente n’abbia paura. Così non capisco perché l’uomo vi si cacci né come osi prender moglie, non essendo cosa più orribile. Oltre a quello che sopra avete letto, ne conoscete voi stessi molti esempi.
4
Giovanni Brevio
Nacque a Venezia intorno al 1480. Della sua vita si conosce pochissimo, neanche la data di morte. Si sa che fu sacerdote e che ricoprì incarichi ecclesiastici a Ceneda (oggi Vittorio Veneto) ed Arquà. In seguito sembra che vivesse tra Padova e Venezia. Negli anni Quaranta del Cinquecento si trasferì probabilmente a Roma, dove nel 1545 uscì a stampa presso Antonio Blado l’unica sua opera, Rime et prose di mons. Giovanni Brevio, al cui interno è la novella di Belfagor, cc. G5v-H3r (su Brevio vd. pp. XIX-XXVIII). Il testo della novella si riproduce in grafia originale dall’esemplare della Biblioteca Nazionale di Roma, solo distinguendo u/v e inserendo punteggiatura, accenti e maiuscole secondo l’uso moderno.
BELFAGORE ARCIDIAVOLO è mandato da Plutone in questo
mondo, con obbligatione di prender mogliera:
viene et prendela; et non potendo tollerare la insolenza sua
all’inferno se ne ritorna.
Leggiadri et valorosi giovani, è stato sempre commune oppenione de’ savi et di quelli massimamente li quali l’aspro et duro giogo maritale hanno provato che la maggior passione et più malagevole a tollerare sia la moglie, quando quella, come le più delle volte interviene, s’abbate ad esser1 ritrosa, satievole2 et dispettosa. Et lasciando da parte infiniti essempi sopra ciò di philosophi et d’altri huomini eccellenti et nelle scienze profondi et nelle attioni di questo mondo essercitati, de’ quali le cronache, gli libri et le historie tutte sono ripiene, un caso che non sono anchora molti anni passati avvenne intendo di raccontarvi, accioché, da questo essempio fatti avveduti, più lieta et più serena possiate menar la vita vostra, quella noia fuggendo, alla quale il nemico delle anime vostre3 lusinghevolmente vi guida. Et se pure avviene che vogliate ammogliarvi, il che non biasimo, vi conforto a voler prima bene spiare4 et minutamente informarvi delle qualità della donna che prender volete.
Dico adunque che già s’intese per relatione d’un romito,5 uomo di santissima vita, che, essendo tralle altre volte una notte nelle orationi sue astratto, egli vidde molte anime d’huomini dannati alle pene infernali, de’ quali la maggior parte si ramaricava di essere a tal miseria condotti non per altro che per non haver potuto sofferire l’orgoglio et la insolenza delle mogli loro mentre furono in questa vita mortale; et chiedevano mercé, parendo loro non meritare il fuoco penace.6
Onde maravigliandosi molto di ciò Minòs et Radamanto,7 et veggendo ogn’hora vie più crescere il numero de’ cattivelli8 infelici, deliberarono di farlo intendere a Plutone lor capo, et così fecero. Il quale, havendo alquanto sopra ciò profondamente considerato, chiamato il concilio, dopo le molte parole dette sopra questa materia, di pari consentimento di tutti gli infernal prencipi deliberarono di mandare Belfagore arcidiavolo in forma d’huomo in questo mondo, con provisione di centomilla ducati; et che egli fosse costretto et ubbligato di prender mogliera; et di stare con essolei diece anni; et che dopo questo fignesse di morire et ritornasse all’inferno, ragguagliando esso Plutone et gli altri prencipi minutamente de’ costumi et della vita della moglie. Con questa conditione appresso: che durante il detto tempo egli fosse sottoposto a tutti que’ disagi et mali, co’ quali la nimica fortuna gli huomini di questo mondo in diversi modi affligge et tormenta. Et con questo di giunta: che egli né con inganno né con astutia alcuna se ne riparasse giamai.
Speditosi adunque Belfagore, come che malvolontieri lo facesse, et prese9 le conditioni et danari, postosi bene in arnese,10 con molti servidori et cavagli a Firenze se ne venne. La qual città a llui più d’ogn’altra piacque come quella ove più liberamente et senza rispetto alcuno11 egli poteva dare i suoi danari a cambio et ad usura.
Quivi adunque fermatosi, faccendosi chiamare Roderigo di Castiglia, prese casa nel borgo di Ogni Santi, dicendo a chiunque di lui informar si voleva che egli fanciullo partito s’era di Spagna, et andatosene in Aleppe là nella Sorìa, ove colla industria sua s’haveva guadagnato dimolti migliaia di ducati, et che di quindi s’era partito et venuto a Firenze per prender donna et riposarsi, civilmente12 vivendo.
Era Roderigo, come che spagnuolo fosse, di vago et delicato aspetto,13 et mostrava di età d’anni trenta, leggiadro et piacevole molto. Hora non passaro molti mesi che, essendosi divolgata la fama della ricchezza et de’ costumi suoi, molti partiti14 li furono posti innanzi, de’ quali uno più che gli altri li piacque. Et questo fu una figliuola di Amerigo Donati, huomo di sangue de’ più nobili della città, ma povero et di figliuole et di figli carico troppo più di quello che lla facultà sua sosteneva.
Fece adunque Roderigo le nozze et belle et honorevoli molto, non vi lasciando cosa alcuna che in simile accidente si potesse desiderare; né stette guari,15 dapoi sposata la Ermellina (che così si chiamava la sposa), che dimesticandosi et praticando co’ più nobili uomini di Firenze, egli talmente ambitioso divenne et sì gli cominciarono a piacere gli honori et le pompe del mondo, che incredibil quasi sarebbe a credere. Onde et a spesso metter tavola et a donare fuor di misura si diede; et appresso, il che molto maggior danno et noia gli recava, sì fieramente della moglie s’innamorò, che qual hora egli non la vedeva ne menava smanie, né haverebbe potuto vivere se per aventura l’havesse veduta stare di mala voglia o trista.
Hora haveva monna Ermellina portato nella casa di Roderigo, insieme con la nobilità et bellezza sua, tanta soperbia che non hebbe giamai tanta Lucifero; et Roderigo, che l’una et l’altra provata haveva, quella de la moglie di gran lunga estimava maggiore. La qual molto più crebbe, poi ch’ella s’avvidde dello amore che ’l cattivello16marito le portava. Onde, come colei cui pareva poterlo fare senza rispetto alcuno, et non altrimenti che ad un famiglio,17 li commandava; appresso,18 quando da lui cosa alcuna ch’ella volesse negata le veniva, con le più villane et ingiuriose parole che mai si udissero o dicessero proverbiandolo.19 Le quai cose a Roderigo erano di grandissima noia cagione. Pur nondimeno, risguardo havendo al suocero, a’ cognati et al parentado tutto, ma molto più forzato dallo ardentissimo amore che egli le portava, et oltre di ciò per la obligatione che egli haveva fatta a Plutone, ogni seccagine,20 ogni scelerata et dishonesta maniera della donna patientemente sosteneva.
Et avenne che, oltre le infinite spese che egli faceva, sì nel vestirla ogni giorno di nove foggie,21 come in Firenze si costumava, sì etiandio in contentar ogni suo strano appetito,22 che egli fu costretto, volendo haver pace seco, di mandare l’uno de’ fratelli di lei con una grossa ragione23 di panni in Levante; l’altro con drappi in Ponente; al terzo aprire in Firenze un battiloro.24 Nelle quai cose egli dispensò25 la maggior parte de’ suoi beni.
Appresso, nel tempo del Carnovale et di san Giovanni di giugno, quando la città tutta per antica usanza festegiava, et che molti de’ più nobili et de’ più ricchi cittadini con isplendidissimi conviti l’un l’altro s’accarezava26 et honorava, voleva monna Ermellina (la quale ad una imperatrice non havrebbe ceduto)27 che Roderigo tutti gli altri nello spendere di gran lunga trappassasse;28 le quai cose tutte per le sopradette ragioni erano da lui con grandissima sofferenza passate. Et li sarebbono, anchora che gravissime fossero a tollerare, parute agevoli, se con esse la pace et la quiete della casa egli havesse potuto havere; ma tutto il contrario gl’interveniva, percioché le insopportabili spese et di giunta la insolente natura della moglie infinite incommodità et disagi li arrecavano. Et non v’era in casa né famigliar né fante che pochissimi giorni, non che molto tempo, gli sconvenevoli modi di costei potesse sofferire, in maniera che non pur quelli della città o del contado ma e dimoni medesimi, che Roderigo seco in forma d’huomini per famigliari haveva condotti, più tosto di ritornarsi a casa ’l diavolo che di stare in questo mondo sotto l’imperio di costei elessero.29
Standosi adunque il poverino di Roderigo in questa guisa, et havendo per le soverchie et disordinate spese consumato quanto mobile30 egli s’haveva, cominciò, per mantenersi nel grado suo, a viver su le speranze de’ ritratti31 delle mercantie che egli di Levante et di Ponente aspettava. Et havendo anchora buon credito, comminciò a prender a cambio, onde in poco tempo girandoglisi molti marchi addosso,32 fu notato33 da coloro che in Mercato in simili maneggi si travagliavano.
Et anchora non contenta di questo la volubile fortuna, la quale rade volte un male o d’un bene solo agli huomini suole arrecare, avvenne che in un subito s’hebbero nuove come uno de’ fratelli di monna Ermellina, il quale in Ponente era, s’haveva giucata la ragion tutta di Roderigo; et l’altro, di Levante tornando sopra una nave carica di sue mercatantie, senza altrimenti haversi fatto assicurare, insieme con quella s’era annegato. Le quai cose non prima furono intese, che li creditori di Roderigo, ristretti insieme,34 non essendo anchora venuti li tempi de’ pagamenti loro deliberarono di spiare che egli non se ne fuggisse.
Dall’altra parte Roderigo, rimedio alcuno a’ casi suoi non veggiendo, ma molto più per essere stracco della mala vita che la moglie li dava, una mattina per tempissimo levatosi, montato a cavallo, per la Porta al Prato, non guari discosto alla casa ove egli si trovava,35 se n’uscìo; et poco dopo li creditori suoi per una loro spia ciò inteso et a’ magistrati ricorsi, con molti birri36 et amici loro a seguitarlo si misero.
Non s’era a ffatica il cattivello di Roderigo dilungato da Firenze due miglia, che egli uddì lo calpestio de’ cavagli che lo seguivano. Onde a mal partito veggiendosi, della strada maestra uscito et del cavallo smontato, a ppiè questo et quel campo passando, et hor questo hor quel fossato valicando, coperto dalle vigne et da’ canneti, di che quel paese è pieno, a37 cercar della sua ventura si mise. Et tanto caminò et tanto corse che egli a Peretola pervenne. Et entrato in casa d’un Gianmattheo del Briga, lavoratore di Giovanni del Bene, quivi si ricoverò.
Recava appunto38 Gianmattheo da rodere39 a’ suoi buoi; per che Roderigo, quanto più strettamente poteo, se gli raccommandò, per Dio pregandolo40 che delle mani de’ nemici suoi che lo seguivano lo liberasse, promettendogli, se ciò facesse, che ricco lo farebbe. Era Gianmattheo, come che contadino fosse, uomo animoso,41 et di Roderigo pietà prendendolo, estimando di non poter se non guadagnare, deliberò di salvarlo. Onde sopra d’un monte di letame, che avanti la casa haveva, postolo et con alcune cannuccie et mondiglie42 che per arder haveva recate copertolo, quivi lasciatolo, in casa se n’entrò.
Non s’era a fatica Roderigo fornito di coprire che, sopragiunti li suoi creditori, cominciarono a cercar di lui. Ma non potendo né con preghiere né con minaccie intender da Gianmattheo quello che di Roderigo fosse, partiti dopo haverlo tutto quel giorno cercato invano, a Firenze stracchi et di mal talento pieni se ne ritornarono.
Gianmattheo, partiti costoro, quando tempo a llui parve scopertolo et del letame trattolo, li ricchiese la promessa fattagli. Al qual Roderigo, dopo haverlo grandemente ringratiato, disse: «Io ho teco un grande obbligo, lo quale per ogni modo voglio sodisfare. Et accioché tu creda che io possa farlo, sappi che io sono il tale», quivi raccontandogli tutto quello che egli haveva fatto dopo l’uscita sua dell’inferno, et della moglie presa et di ogni altro caso avvenutogli, aggiugnendo che ’l modo col quale egli intendeva di arrichirlo era questo: che udendo egli che alcuna donna spiritata fosse, credesse lui essere lo spirito che in quella entrato fosse. «O,» disse Gianmattheo «non sono elle tutte spiritate? et in quale entrerai tu, et per qual buco?» Rise allhora Roderigo, et disse: «Bene! io entrerò nella tale, et dal padre di lei faratti pagare a modo tuo, percioché io non me n’uscirò mai se tu non verrai a trarmene». Et questo detto et in questa conchiusione rimasi, sparì.
Hora, non passaro molti giorni che per tutta Firenze si sparse la fama che una figliuola di Ambrogio Amidei, moglie di Buonaiuto Thebaldini, era spiritata. Onde et dal padre et dal marito fur fatti tutti que’ rimedi che in simili accidenti far si sogliono, come il metterle in capo la testa di san Zenobbi43 et addosso il mantello di san Giovanni Alberto,44 et altre simili cose, le quai tutte da Roderigo erano tenute per nulla et uccellate.
Per chiarire ognuno che ’1 male della fanciulla era uno spirito et non altre false imaginationi, parlava Roderigo latino et disputava delle cose segrete di philosophia, scopriva li peccati di molti, tra’ quali scoprì quelli d’uno frate di san Francesco, il quale molti anni haveva tenuta nella sua cella una fanciulla vestita a uso di fraticcino. Di queste et d’altre simili cose ne diceva tante che era una maraviglia ad udirle.
Havendo adunque messere Ambrogio perduta ogni speranza che lla figliuola guarisse, avvenne che, sendo pervenuta la fama di questo caso agli orecchi di Gianmattheo, ricordandosi della promessa fattagli da Roderigo, andatosene a Firenze a casa messere Ambrogio,45 li disse che, dove egli volesse donarli cinquecento fiorini d’oro per comperarsi un podere, egli si obligherebbe di guarir la figliuola. Lo qual partito messere Ambrogio molto volentieri accettò. Onde fatto Gianmattheo dir certe messe con alcune altre sue cerimonie appresso, tutto per dar colore alla cosa,46 accostatosi all’orecchio della donna, disse: «Roderigo, io sono Gianmattheo, venuto a trovarti perché tu m’osservi la promessa». Al quale rispose Roderigo: «Io sono contento, ma ciò non basta a ffarti ricco come io debbo et come io desidero. Perciò, partito che io sia di qui, entrerò nella figliuola di Carlo re di Napoli, né mai di quindi mi partirò, se tu non verrai a scacciarmene. Et allhora potrai farti fare un più ricco presente, et non mi dar poi più noia». Et questo detto se n’uscìo, lasciando la donna libera non senza grandissima ammiratione di tutta Firenze.
Né passaro molti giorni appresso che per tutta la Italia si disse una figliuola del re di Napoli essere indemoniata. Et essendo pervenuta alle orecchie del re, dopo molte sperienze fatte invano, la fama di Gianmattheo, mandò per lui a Firenze. Il quale, giunto a Napoli, dopo fatte le solite cerimonie, liberò la figliuola del re. Et havuto un presente di forse sei milla ducati, a casa se ne ritornò. Et indi a pochi giorni presa casa in Firenze a uso di cittadino, si pose a godere delle ricchezze acquistate pel mezzo di Roderigo, non più curandosi di femmine spiritate.
Standosi adunque Gianmattheo con la masnada sua47 tutta in santa pace, avenne che Roderigo nella figliuola di Luigi re di Francia si mise; et non trovandosi alcuno che la liberasse, fu ricordato al re, per lo ambasciador di Firenze, Gianmattheo. Onde fatto scriver alla Signoria che llo mandasse in Francia, così fu fatto.
Giunto adunque Gianmattheo alla presenza del re et intesa la bisogna, si volle scusare, dicendo non saper più l’arte, aggiugnendo che v’erano de’ spiriti tanto maligni che non temevano li maestri,48 et che egli dubitava che quello fosse de’ più tristi; dicendo anchora che di là da’ monti49 gli spiriti sono più malagevoli a scacciare che di qua: et tutto ciò faceva Gianmattheo per non far cosa che a Roderigo spiacesse.
Ma il re, adiratosi, giurò per le san Diù50 che, non liberando la figliuola, lo appenderebbe. Onde veggendosi Gianmattheo a mal partito, fatto buon cuore, dopo le usate cerimonie fattasi venir la spiritata et agli orecchi di quella accostatosi, quanto più humilmente poteo pregò Roderigo che se n’andasse, ricordandogli il servigio fattogli et appresso narrandogli a che termine et in quanto pericolo egli si trovava.
Al quale Roderigo, con un mal viso voltosi, disse: «Adunque, villano traditore, tu hai ardire di venirmi avanti? Hor non ti basta quello che io t’ho fatto guadagnare, che di lavoratore della terra sei gentile huomo51 divenuto? et non te ne contenti? Hor levamiti dinnanzi, se non che io ti farò un mal giuoco».
Gianmattheo, dopo lo havere più volte pregato invano Roderigo, dubitando dello sdegno suo, licentiata la damigella disse al re: «Io v’ho detto, Sagra Maestà, che gli spiriti di queste parti sono più malagevoli a scacciare che quelli della Italia: nondimeno voglio fare un’altra sperienza. Farete adunque fare nella piazza di Nostra Dama52 un palco grande tanto che sopra vi possiate stare con tutta la corte vostra et col clero tutto della città. Il qual palco voglio che sia apparato di drappi di seta et d’oro; et nel mezzo voglio che vi sia uno altare; et domenica prossima voglio che la Maestà Vostra col clero et co’ baroni tutti, con real pompa et co’ ricchi abbigliamenti di seta et d’oro, venga sul detto palco, ove, celebrata prima la messa, farete venire la damigella spiritata. Voglio, oltre di ciò, che dall’uno de’ canti della piazza insieme raunati siano li suonatori tutti di ogni sorte stormento53 con gli stormenti loro; i quali, quando io farò loro cenno col capello54 mio, voglio che tutti ad un tempo suonino et sonando vengano al palco». Le qual cose sùbito dal re ordinate furono.
Venuta adunque la domenica, sendo il palco di personaggi ripieno et la piazza di popolo, cantata solennemente la messa, fue la damigella, per mano di due vescovi et da molti signori accompagnata, condotta sopra ’l palco. A Roderigo, vedendo tanto popolo et sì ricco apparato, pareva la più nuova cosa del mondo et la più strana; et non sappiendo quello che ne dovesse riuscire, stava come trasognato, fra sé medesimo dicendo: «Che cosa è questa? pon mente che questo villano asino vorrà sbigottirmi con questo altare et con queste croci? ma io lo gastigherò per ogni modo».
Gianmattheo, accostatosi all’orrecchio della damigella, di nuovo cominciò a pregar Roderigo che se n’andasse, al quale egli sorridendo disse: «Maisì,55 io me n’andrò per questi tuoi begli apparati! Fa’ pur ciò che tu vuoi, che io non me ne voglio andare; anzi ci voglio io stare, accioché il re ti faccia impiccare». Allhora a Gianmattheo non parve di tardar più, perché fatto cenno col capello a’ suonatori, tutti ad un tempo cominciarono a suonare, in maniera che n’andava il romore insino al cielo.
Il che udendo Roderigo, alciàti56 alquanto gli occhi, dimandò Gianmattheo che romore fosse quello, onde venisse et per qual cagione. Il qual, sembiante facendo di non saperne nulla et di dimandarne alcuno de’ circostanti, tutto sbigottito disse: «Oimè, fratelmo! quella che ne viene in qua, accompagnata da que’ suoni, è moglieta». Roderigo allhora, ciò udendo, senza altrimenti pensarvi, lasciata la damigella libera, a casa ’l diavolo ale battendo se ne ritornò, amando meglio di viver nelle fiamme infernali che di stare colla moglie. Et Gianmattheo, più aveduto che Belfagore, havuto un ricco presente dal re, lieto a Firenze se ne ritornò et quivi lungamente visse.
1. s’abbate ad esser: “capita che sia”.
2. satievole: “noiosa, fastidiosa”.
3. il nemico... vostre: “il diavolo”.
4. spiare: “indagare”.
5. romito: “eremita”.
6. il fuoco penace: “la pena del fuoco”.
7. Minòs et Radamanto: giudici infernali.
8. cattivelli: “miseri, poverini”.
9. prese: “accettate”.
10. postosi... arnese: “acconciatosi come si conveniva”.
11. senza rispetto: “senza alcuna limitazione”.
12. civilmente: “da buon cittadino”.
13. Era... aspetto: gli spagnoli erano dunque generalmente di aspetto rozzo, grossolano. come che: “sebbene”.
14. partiti: “matrimoni”.
15. guari: “molto”.
16. famiglio: “servo”.
17. appresso: “inoltre”.
18. proverbiandolo: “rimbrottandolo”.
19. seccagine: “seccatura, noia”.
20. nove foggie: “abiti all’ultima moda”.
21. appetito: “desiderio”.
22. grossa ragione: “grande quantità ”.
23. battiloro: “bottega di orafo”.
24. dispensò: “spese, consumò”.
25. s’accarezava: “si scambiavano cortesie”.
26. non... ceduto: “non avrebbe voluto essere da meno”.
27. trappassasse: “superasse”.
28. elessero: “preferirono”.
29. mobile: “denaro contante”.
30. ritratti: “profitti, guadagni”.
31. girandogli... addosso: “avendo accumulato molti debiti”.
32. notato: “tenuto sotto osservazione”.
33. ristretti insieme: “accordatisi”, per tutelare i loro crediti.
34. trovava: la stampa riporta tornava, ma è lezione errata.
35. birri: “sbirri, guardie”.
36. a: correggo la stampa che legge et.
37. appunto: “proprio allora”.
38. da rodere: cioè, erba e fieno da dare in pasto ai buoi.
39. per Dio pregandolo: che il diavolo implori qualcuno in nome di Dio è un tratto umoristico assente nella versione di Machiavelli.
40. animoso: “ardito, coraggioso”.
41. mondiglie: “residui di piante, sterpi”.
42. san Zenobbi: vd. p. 16 n. 2.
43. san Giovanni Alberto: errore di Brevio per san Giovanni Gualberto; vd. Introduzione, p. XXIV.
44. a casa... Ambrogio: costrutto tipico toscano (vd. p. 14 n. 4) che il veneziano Brevio acquisisce dalla fonte fiorentina da cui trascrive la novella. Machiavelli risolve in altro modo.
45. per... cosa: per rendere la cosa più credibile.
46. masnada sua: le persone di casa, familiari e servitori.
47. li maestri: “i medici”. Gianmatteo dunque si fa passare per medico, assumendo il ruolo dei suoi omologhi nelle versioni precedenti del racconto.
48. di là da’ monti: Oltralpe, in Francia.
49. le san Diù: è riportato in francese il nome di Dio.
50. gentile huomo: “cittadino, borghese”.
51. Nostra Dama: Notre-Dame.
52. stormento: “strumento”.
53. capello: “cappello”.
54. Maisì: “sì certo”, detto ironicamente.
55. alciàti: “alzati”.
56. ale battendo: “prendendo il volo, di gran carriera”.
APPENDICE
Storia di uno spirito in una fanciulla
Testo anonimo fiorentino di fine Quattrocento
1
In che forma e luogo el detto spirito si scoperse
Del mille quattrocento sessanta sei, d’una fanciulla di età d’anni 20 caso degno di memoria stupendo e mirabile avvenne. El quale e parenti di essa, avversa valitudine1 e corporal2 malattia essere al tutto conietturando3 e pensando, succintamente4 iudicorono dover quella ne l’aere in che era nata senza dimoro ridurre.5 Il che la mattina per tempo detta fanciulla, Antonia per nome chiamata, figliuola di Giovanni d’Agnolo da San Godenzo,6 sopra d’un mulo messono in una cesta e una sua sorella ne l’altra. Ma pervenute già in luogo miglia 20 o circa da Firenze rimoto e a loro casa propinquo, sopra d’un passo al tutto pericoloso e orrendo7 la fanciulla predetta si rizzò da un lato della cesta per volersi in terra gittare, dicendo che voleva fare periclitare8 e fiaccare el collo9 a sé, alla sorella e ancora alla bestia. E in tal modo si dichiarò e scoperse,10 confermando per tutto e asseverando11 che era uno spirito12 che quel corpo compreso e artato13 teneva e in esso dimorava. Il che, udendo le dette parole, ammirabundi14 e stupefatti dallo incepto15 cammino si ritrassono e subito indrieto tornorono.
2
Dello andare a San Salvi
La mattina d’Ognissanti el cognato di quella, Fruòsino di Pagno fabro chiamato, sumpse16 per divino riparo,17 vera e unica medicina, detta fanciulla a San Salvi18 dedurre,19 ove la testa e cocolla20 di san Giovanni Gualberto21 essere inteso aveva. Le quali cose certamente a trarre de’ corpi umani tali spiriti immondi proprietà e virtù mirabili avevono.
3
Quello che seguitò a San Salvi
Quando la fanciulla fu a San Salvi venuta, el caso stupendo22 a’ monaci di San Salvi apersono e intimarono.23 El quale certamente e monaci udendo stùpidi e ammiranti,24 la testa25 di san Giovanni Gualberto subito presono e addosso a essa fanciulla la posono. Per la qual cosa fu atrocemente concitata26 e pazzie mirabili fece, in modo che uscì27 dello invaso e afflitto corpo, e la fanciulla predetta in forma d’uccello quello vide per chiesa volare.
4
Della compagnia de’ monaci
La mattina sequente, cioè nel dì de’ morti, in uno cataletto28 messono detta fanciulla, credendo che essa di tal cosa fussi già libera e guarita. Li monaci adunque con uno san Giovanni Gualberto29 e altre reliquie uno trarre di mano o più30 discosto dal monasterio l’accompagnarono.
5
Quello avvenne dopo la partita de’ monaci
Partiti che furono e monaci, ritornò subito lo spirito nel detto corpo, sopravvenendovi uno sì atroce e intolerabile puzzo che tutti ci avvelenava, e quel essere sue odorifere rose diceva. Di poi in tal forma sentìmo el cataletto gravare,31 che quattro uomini con difficultà tolerare arebbono potuto el deprimente32 e grave pondo33 della detta fanciulla. E così procedendo, fino al monasterio di Santa Verdiana34 quello portarono, sudati tutti e affannati per lo terribile e vasto35 peso di detto corpo.
6
Quello che usò dire poi che fu in terra posta
Per stracchi avendo quella in terra posta, el detto spirito si levò procero e diritto36 nel cataletto, irridendoci tutti e ostentando37 che andare non per altri ma per suo piedi voleva. Di poi parlò nuovamente, dicendo che esser di quel corpo già uscito s’era non poco maravigliato. Ma che le veementi38 e grandi orazioni de’ monaci uscire lo feciono, non che39 ’l tempo ancora fussi né l’ora.
7
Del menarla a Vallembrosa
Di poi veduto questo, Fruòsino detto dopo alquanto tempo diliberò a Vallembrosa menarla, dove era el braccio di san Giovanni,40 nel quale è virtù grande da Dio insita di tali casi assolvere41 e liberare. Nel quale luogo seguitò tale effetto che, scongiurando42 lo spirito prenominato, uno eremita si partì subito e assentò da una di quelle celle, el quale al secolo43 era assueto usare arte di necromanzia.44 Il che, tale caso udendo, pregò el vicegenerale gli dessi licenza, perché di tale caso qualche esperienza voleva fare.
8
Della esperienza che uno eremita sopra di questo spirito fece
Avuta licenza, se n’andò in certo cortile sua incantesimi e parole dicendo. E in terra disegnò uno cerchio con una mazza che in mano teneva, e in tal modo detto spirito incominciò a compellare e chiamare.45 E per lo detto cerchio mille spiriti o circa passorono ad uso di serpe, ognuno «Esso non sono» dicendo. Ma al finire di detto numero si fermò uno di quegli, con detto eremita parlando e dicendo: «Quello sono che tu dimandi». El quale spirito narrò perché e come entrato era nel detto corpo.
9
In che modo era stata ammaliata la detta fanciulla
In prima gli disse come nel popolo46 di San Godenzo, nel quale detta Antonia era nata, una donna, per simultà,47 per invidia o per altro volendo male al padre della predetta fanciulla, dispose d’ammaliarla. Andando adunque con alquante altre insieme detta fanciulla, furono a merenda invitate. Di poi la fanciulla a tavola coll’altre insieme mangiando, gli fu uno boccone di pesce di uovo48 da questa donna dato, el quale sforzatamente prese. Volendo quello qualche volta sputare, perché alquanto di terra o cose a quella simili in esso sentiva, e49 mai possibile fu che quello per alcuno modo sputassi. Nel quale boccone erono tali cose, come usò50 dir poi el detto eremita, cioè peli di cane, tagliature di unghie di vecchi, paternostri,51 capelli di donna e altre cose che non poterono per niente conoscere. Il che, dopo certo intervallo di tempo, gittò ogni cosa per bocca, in modo che la madre di detta Antonia sumpse52 le predette cose e nel fuoco gittolle. Le quali di subito gittate, sì atra e ampla53 distemperanza di corpo54 gli sopravvenne, che otto giorni o più fu da grave e avversa valitudine tenuta.
10
Quello avvenne della donna che l’ammaliò
Di poi disse55 che la donna la quale ammaliato aveva questa fanciulla, quando a morte venne, visibilemente due cani in camera vide sotto el letto dove essa iaceva, e quali né con bastoni né con arme fu possibile di camera di quella cacciare, fin che l’anima fu del corpo partita. E quali protervi cani essere due dimonii esso spirito disse, e quali aspettavono quella anima scelerata.
11
Quello seguitò del sotterrare la detta donna
Di poi, com’è usanza le campane sonare quando è portato el defunto alla fossa, tre volte si ruppono di quelle le funi nel tirarle e mai possibile fu per alcun modo tenere sotterrato in sacrato e sepulto el detto corpo, però che del luogo sacrato immediate56 lo traevono e detti cani. Il che fu finalmente di bisogno sotterrar quella a pie’ d’uno ulivo,57 ove al presente si ritruova.
12
Della promissione fatta di uscire di detto corpo
Narrato ebbe la istoria lo spirito al sopraddetto eremita, promesse la notte di Natale quella liberare, e per segno di ciò dovere fare star quella sette ore tramortita. Seguitò tale caso non altrimenti che narrato avessi el detto eremita. Ma dimandandogli e sopraddetti monaci altro segno, rispose lo darebbe a San Salvi. Per la qual cosa, tornando col predetto corpo58 a San Salvi, albergò la sequente notte nel monasterio.
13
Della qualità del segno usò detto spirito fare
Come è detto di sopra, della già fatta promissione di dare certo segno a San Salvi di liberarla seguitò questo effetto: che entrò59 la notte di Natale in cella del priore di San Giorgio al presente,60 don Gregorio per nome chiamato; e trovando detto priore a far sue orazion genuflesso, voltò tutt’i suoi libri sottosopra, calamai e altre varie masserizie che erono in detta cella. Di poi versò per tutta la camera una ampolla d’inchiostro e fermò quella in giù volta, col boccuccio sopra d’un canto del desco,61 che mai possibil sarebbe che uno uman corpo in sì angusto e poco spazio di tempo tal cosa facessi.
14
Della sua forma ovvero figura che lasciò dipinta nel muro
Fatte queste cose, lasciò ancora certa pittura in una parte del muro, quale in forma era d’uno pipistrello.62 Il che molti la vennono per cosa mirabile a vedere. Ma per paura tôrre di quivi la fece63 e al tutto ditrarre.64
15
Della dimandita65 di tale figura
Dimandandolo,66 el detto spirito,67 poi quello tale dipintura significassi, alla qual cosa68 quella esser suo forma e figura rispose, dicendo: «Non ti pare ch’io di tali figure perfetto sia e ottimo dipintore?».
16
Del chiamare in adiuto li monaci per paura di detto segno
Di poi sentendo el detto don Gregorio insolito e grande romore, properantemente69 fuggì della cella, fortemente adiuto e presidio70 invocando da’ monaci e implorando. Per la qual cosa a tale caso vedere ammirabundi corsono tutti, del quale non poco perterriti71 furono e stupefatti.
17
Del dito nel quale entrò detto spirito
Di poi ancora fu in Firenze ridotta,72 credendo che non fussi più dallo immondo spirito arrepta73 ma liberata. In fine d’un mese o circa, la fanciulla predetta incominciò molto a rammaricarsi d’un dito della mano, el quale dito diceva per nulla sentire. Per la qual cosa punsono quello con uno coltello più volte, e uno urente74 e grande carbone di fuoco di poi soprapposono a quello. E tali cruciati75 e martirii negava essa fanciulla sentire.
18
Della esperienza che fece l’acqua benedetta
Veduto che questo per niente bastava, consultò76 seco medesimo e per riparo ultimo77 prese andare a Santa Trinita per una ampolla d’acqua benedetta per bagnare e immergere in quella detto stupido78 dito. La qual cosa come fatto ebbe, fece79 mirabil pazzie e, elevando le mani, el sopraddetto Fruòsino d’una grave e grande ceffata80 percosse. Per la qual cosa suo corpo in varii colori subito fu tutto mutato, in modo,81 non essendo ancora dalla invasione d’esso spirito libera, si cominciò un’altra dura battaglia.
19
Della promessa fattagli a’ Servi82 menarla
La notte sequente el detto Fruòsino gli promesse alla Nunziata menarla. Il che fece pazzie mirabili per non andare al detto luogo.
20
Quello seguitò del menarla a’ Servi la notte
Avvenne che, per andare alla Nunziata, a mezzanotte chiamò83 la detta fanciulla, la quale sentendosi chiamare si levò subito come se libera fussi. Vedendo lui questo, la scongiurò acciò meglio sé stesso chiarissi.84 Per la quale adiurazione85 stracciò due fazoletti, uno el quale in mano teneva, l’altro in capo, dicendo: «Credi ch’io non ci sia?». Il che, acceso uno torchietto,86 menolla via meglio potette.
21
Delle parole che fece nel chiasso di messer Bivigliano
Pervenuti furono nel chiasso di messer Bivigliano,87 alzò la voce88 dicendo: «Io n’uscirò al fine di detto chiasso». E questo diceva per paura grande e pavento aveva dello andare alla Nunziata. Di poi, subito che furono in piazza89 venuti, detta fanciulla ginocchioni in terra si misse, el nome di Gesù invocando tre volte e implorando.90 E queste cose tutte innanzi che di casa partissi gli aveva predette.
22
Del segno che ne l’aria sentì da’91 fondamenti di Santa Reparata
Quando a’ fondamenti92 di Santa Reparata93 furono divenuti, ne l’aria si sentì sopra di loro, in distanza di braccia forse cento, tre strida grandissime. Per le quali al tutto concitati94 ebbono non mediocre paura e pavento. Di poi el cammin loro seguirono non senza grandissima difficultà. Di poi a casa ritornati, stette in quiete la fanciulla fino al dì di Santa Croce di maggio.95
23
Del caso in Santa Reparata avvenne del legno della Croce
Uno altro caso notabile avvenne che, andando con una sua sorella al vespro detta fanciulla in Santa Reparata el dì di Santa Croce, detto spirito96 in terra gittato fece grandi e enormi pazzie, forte gridando, condolendosi della pena avuta avea per la benedizione del legno santo della Croce. Sentendo e sacerdoti della chiesa, dimandorono di che forma era questo caso; fu loro risposto essere uno spirito quale in quel corpo afflitto dimorava.
24
Che segni fece per la scongiurazione
Pel detto Fruòsino fu in questo mezzo97 mandato. Subito come fu giunto, con alcuni di quegli sacerdoti la presono e nella cappella della Croce portarono, incominciandola fortemente a scongiurare. Il che avvenne che per violenza d’esso spirito enfiò in modo la gola a detta fanciulla che quasi fu per affogare.98 Uno fra gli altri già detti sacerdoti, al tutto da compassion mosso, mirabilmente s’affaticò con esso legno della Croce fino a ore tre di notte.99 Finalmente per somma stracchezza dette loro el detto prete licenza, dicendo che la mattina sequente si tornassi.
25
Delle parole usò dire poi che fu a casa tornato
Tornati a casa lo spirito predetto usò tali parole dire: che, se la fede100 di quegli sacerdoti mancata non fussi, era stato in tal modo constretto che per forza bisognava uscissi di quel corpo; e che alcuni di que’ sacerdoti che erono al presente mormoravono e alcuni esser pazza quella dicevono. «Ma sappi» diceva «che più cumulato101 né maggiore piacere nel mondo aver posso che questa sia pazza o fuori di mente tenuta.» E così, quieta si stette alquanto di tempo e fecero pensiero non dover menarla più fuora.
26
Della paura una sera aveva messa alle donne di casa
Una sera a casa tornando Fruòsino detto, trovò perterrite e paventi102 tutte sue donne di casa, perché lo spirito parlato aveva alla predetta fanciulla, dicendo che si voleva stare la notte con loro in camera a ragionare. Ma veduto questo, per tale esperienza fare in camera andò dicendo: «Se tu sè qui, fa’ che quel mazzo di ferri che quivi appesi stanno in tal modo si dimenino ch’io gli vegga». Così fece. Non seguitò di poi altro.
27
De’ paternostri103 che tolse di mano lo spirito alla detta fanciulla
Una sera detta fanciulla a dire sue orazioni e paternostri in camera dimorando, el predetto spirito sopravvenne e quella gravemente percosse. Ma Fruòsino, questo sentendo, subito da lei corse per tale caso vedere. Il che la trovò percossa e in terra prostrata, dolendosi ch’e suoi paternostri gli erono stati violentemente subrepti104 e di suo mano tolti. La qual cosa intesa, el lume tolse e di quegli minutamente cercando non gli potette allora in alcuno luogo trovare. Di poi Fruòsino detto gli vide nella faccia del muro in tal modo percuotere che tutti si sfilorono. Nientedimeno quegli recensendo e numerando,105 al pristino numero nessuno mancava.
28
Della gotata106 al detto Fruòsino dette per non leggere corretto
Accadde più volte che Fruòsino in camera dimorando per leggere l’officio della Donna107 o altre simili cose, come uomo imperito e ignorante nel leggere errava. Esso spirito si levò su ritto e una grave ceffata gli dette dicendo: «Non guastare quello che fatto non hai».108
29
Delle pazzie che faceva nel tempo de l’ore canoniche
Faceva el detto spirito tale effetto che, come venivono le ore notturne e diurne del dire l’officio, cioè mattutino, prima, terza, sesta, nona e l’altre che seguitano, lasciava el detto corpo in terra tramortito, dicendo: «Metti questo corpo al letto, perché abitare qui più non posso finché le competenti109 ore dette saranno». Di poi diceva che detto Fruòsino stimar mai arebbe potuto quanto lungo era el viaggio che nella distanza110 del dire tali ore faceva.
30
Della partita che e monaci facevono dalle celle
Essendo a San Salvi, avvenne molte volte che esso111 mirabilmente partire e monaci dalle celle sentiva quando andavono a mattutino, dicendo: «Odi que’ perfidi, e quali da loro celle si partono per tormento darmi e affanno».
31
In che forma detto spirito per ingannarla si mutava
Avvenne più e più volte che tale spirito usciva di quel corpo, d’un povero forma e sembiante pigliando, e così dimandando alquanto di elemosina dinanzi a quella veniva. Come di subito aveva detta elemosina avuta, vedeva essa fanciulla detto corpo evanescere e in fumo tutto disfarsi. Di poi circa dì 15 stava innanzi che più avanti tornassi112 per lo solo atto di tale elemosina, dicendo che per tal cosa coatto113 era andare lungo viaggio, «quale a te sarebbe inestimabile a dirlo».114
32
Come si mutò in forma di donna per ingannarla
Andando detta fanciulla alla messa, come subito era de l’uscio fuori, el detto spirito si gli offeriva davanti in forma d’alcuna delle vicine, quali essa fanciulla conosceva, dicendo volerla alla chiesa accompagnare. Di poi quando a l’uscio era presso, in forma di fuoco, fumo o simile altra cosa diventava, dicendo: «Credevi ch’io fussi la tale e io ero uno spirito»; e così ingannò più e più volte quella, affermando che per mettergli paura solo quello faceva.
33
Delle dimonia che in angelica forma
veder gli faceva quando si levava el Nostro Signore
Accadde molte volte che quando essa fanciulla udiva messa e al punto veniva di vedere levare el Corpo del Nostro Signore, detto spirito avanti agli occhi si gli contrapponeva, faccendogli vedere uno cerchio mirabile d’angeli. Ma essi angeli, come di poi lo spirito confessava, altro non erono che una multitudine di spiriti,115 quale voluto arebbe che la detta fanciulla avessi adorati.
34
Come detto spirito innanzi gli appariva in forma di crocifisso
Avvenne ancora più volte che detto spirito gli appariva innanzi in forma d’uno crocifisso, monstrandogli le piaghe e dicendo: «Adorami, però che quello sono che per te e gli altri peccatori e delinquenti ricomperare116 di cielo in terra venni». E questo tutto faceva per ingannarla.
35
Quello gl’insegnò el confessore per rimedio di quello spirito
Andandosi detta fanciulla a confessare da don Gregorio, priore di San Salvi, gli narrò el caso di che qualità era. Esso gli rispose: «Figliuola mia, dà opera che mai più tale caso t’avvenga, perché esso ingannare ti vorrebbe. Nientedimanco, se altra volta quello di tale forma innanzi t’apparissi, dira’gli queste parole: “Se tu sè117 quello vero Dio, el quale per noi miseri peccatori ricomperare di cielo in terra discendesti, io t’adoro. Ma se sè altra cosa, lèvamiti dinanzi!”». Tornossi a casa così ammonita dal confessore. Lo spirito, come usato era, medesimamente gli apparve,118 ma la fanciulla predetta a mente le parole tenne e, come stata era instrutta, gliele disse. Lo spirito, come ebbe udite quelle, subito si partì dicendo: «A chi t’ha tali parole insegnate seccare la lingua si possi! perché tu me solo adorassi volevo e in tal modo ingannarti, ma non mi è el pensiero riuscito».
36
Dello inganno che volle al detto Fruòsino fare
Una sera detto Fruòsino da bottega tornando mesto e tutto nel volto turbato perché era senza danari, detto spirito lo dimandò: «Che vuole dire, o Fruòsino, che così sè compreso dal dolore e afflitto?». El quale gli rispose dicendo el proverbial detto era bisogno fare: cioè, se danari vuoi datti al Nimico.119 La qual cosa come udito ebbe, lo spirito gli rispose: «Se danari vuoi non dubitare, ché cumulato120 e gran numero di pecunie ti darò, se quanto dirò fare vorrai». Fatta la grande e ampla promessa, gl’incominciò a narrare come prima voleva che della mano uno dito si pugnessi,121 tanto che sopra d’una tegghia piena di fuoco circa tre gocciole di sangue n’uscissi, e in tal modo a lui sacrificassi. Alla qual cosa Fruòsino detto consentire non volle, dicendo: «A me el pugnere le dita dorrebbe. Comanda adunque cosa più facile e leve,122 che in questo obbedire per niente ti voglio».
37
Della seconda malizia che per ingannarlo de l’anima123 prese
Veduto che fare non voleva quello, gli pose un altro caso dicendo: «Vattene nella volta124 e non t’andrai innaspando125 e faccendo el segno della croce. Di poi quattro nomi chiamerai quali io ti dirò, e come al battesimo ancora rinunzii dirai, e come non credi ch’el vero Dio fussi quello che per voi peccatori ricomperare di cielo in terra discese», e che non moneta coniata ma quantità d’oro e d’argento gli darebbe. La qual promessa udita e attesa, seguitò l’offerto cammino senza paura alcuna o pavento, dicendo: «O tale e tale etc., a ogni vostro onore e pompa rinunzio; credo nel divino e santo battesimo; in quello Iddio credo quale venne col suo sangue giusto per ricomperare e liberare dalle tartaree126 pene noi miseri peccatori». E così, el contrario disse tutto di che lo spirito predetto innanzi lo aveva ammonito e instrutto. Dette queste parole, fu subito percosso detto Fruòsino da una parte del volto d’una sì enorme e grave ceffata, che l’altra fu nel muro gravemente percossa; e la paura in modo fu grande che e capegli tutti e ’ peli da dosso aspri al tutto e rigidi subito diventarono, e la beretta in capo appena si teneva, e pel tremare delle gambe con gran difficultà la scala saliva.
38
Della risposta che dopo lo ’nganno gli fece
Quando fu disopra già per la detta scala venuto, trovò gambettando127 esso spirito sopra d’uno cassone, al quale Fruòsino così disse: «Questo si viene alla fatica e meriti mia, che tu ingannare per tanti modi mi voglia». E quello rispose dicendo: «Questo è l’officio mio, perché non per altro che per ingannar te e gli altri sono e dimoro in questo mondo. S’el disegno riuscito mi fussi, saremmo insieme peregrinati a fare buon tempo, cioè tribulando in questo e ne l’altro mondo».
39
Del non volere obbedire alla dimandita di detto spirito
Essendo la donna del detto Fruòsino insieme colla fanciulla predetta per fare el pane una mattina per tempo levata, pregorono quelle esso Fruòsino che l’acqua per fare detto pane sù loro portassi. El quale perché a quelle non potere e avere altre faccende rispose, lo spirito predetto uno pezzo di legne in mano subito prese,128 dicendo: «Se quella non porti questo proverrai sopra delle tue spalle». Onde per paura di detto spirito Fruòsino detto non fece alla proposta dimoro.129
40
Come detto spirito molto era indovino
delle creature che nascer dovevono
Era ancora detto spirito divinatore130 grande delle creature le quali avevono a nascere, per che diceva: «Va’ alla tale e con lei sicuramente giuoca uno paio di capponi che essa partorirà maschio. Credimi che non ingannato, ma vincitore resterai. E così ti empierò cotesta tua gola in modo rimproverar più non mi potrai le spese le quali tu di’ farmi.131 Ma sappi certamente ch’io pane, vino o vestimento alcuno non ti consumo, perché di tali corporal cibi non mi pasco né uso simili veste». A quello detto Fruòsino rispose e disse: «Tu menti, perché non dicono132 in te tali secreti e io ingannato ogni volta mi troverrei». Nientedimanco Fruòsino essa cosa provando, mai ingannato rimase, e così certando133 molte donne vinse. E tanto la fama si sparse che esso ribellarsi o assentarsi134 da quella per niente poteva.
41
Quello che in sua grossezza
predisse alla donna di detto Fruòsino
Avvenne che essendo grossa135 la donna di detto Fruòsino, gli dimandò quello partorirebbe. Esso spirito rispose che maschio in ogni modo farebbe, ma che sarebbe molto meglio se due femine partorisse, perché quello fanciullo col tempo star lo farebbe malcontento e la più parte del tempo colla corazza indosso;136 e di tale natura esser dovea che delle busse a chi darebbe e a chi ancora prometterebbe.
42
Quello avvenne della creatura che nacque
Avvenne che essendo già el nato fanciullo di età di forse quattro anni, sopra d’uno monte di terra in modo si fermava che della pari età quattro o sei altri fanciulli, per gran sua renitenza137 e insuperabili forze, non potevono quello per niente rimuovere da esso monte ovvero in terra mandare. El quale Rosso era per soprannome chiamato.
43
Della ira del prenominato fanciullo
Era ancora sì grande l’ira del detto fanciullo che, quando era da quella concitato, colle proprie mani e capegli del capo per modo si pigliava e prono a terra tirava, che se gli sveglieva138 al tutto della cotenna. Di poi fortemente in terra esso suo capo percotendo rompeva.
44
Quello fu per avvenire al detto fanciullo
Fu tre volte per ammazzare suo maggior fratello con uno coltellino, al quale, esso coltello alla gola ponendo, diceva: «Uccidere in ogni modo ti voglio». Ma tale violento e cattivo effetto rimoveva el subito presidio139 e adiuto de’ vicini. Ma in spazio di poco tempo detto fanciullo morì. E esso spirito: «Non ti curare che morto sia,» a Fruòsino disse «perché in tale morte è stato non solamente la sua salute ma di tutta suo casa».
45
Della paura che a San Salvi al detto Fruòsino fece
Essendo una volta in una di loro celle a San Salvi detto spirito albergato, avvenne la sera che fare suo destro avere di bisogno140 la fanciulla predetta a Fruòsino disse. Di subito al diputato luogo quella condusse. La quale pregò esso Fruòsino che alquanto si dovessi per un poco assentare.141 Dimandolla Fruòsino, non essendo usata così più fare, perché questo nuovamente142 faceva, nientedimanco per contentarla alquanto si rimosse. El quale come fu di quivi partito, quella per li vicini e finitimi143 campi subito in fuga si misse. Poi sopra d’una fossa piena d’acqua dopo uno albero si nascose. Detto Fruòsino con gran celerità chiamò in adiuto tutti li monaci, seguitando quella e volendo essa fossa passare. Sù si elevò lo spirito predetto e artatamente144 Fruòsino tenne dicendo: «Sta’ forte, che ora è quel tempo che summergere al tutto e inundare145 in questa fossa ti voglio». E così tremor grande e pavento gli misse. Non già che lesione alcuna gli facessi, però che di tale arbitrio146 mancava.
46
Le pazzie che fece per uno che dinanzi
alla Vergine Maria per lei orava
Trovandosi in tranquillità certa volta a San Salvi la detta fanciulla, incominciò subito a fare mirabili e enorme pazzie. Incominciandola a scongiurare,147 esso spirito usò queste parole dire: «Non ti maravigliare, perché in Firenze è uno Bartolomeo Gherardi per nome chiamato, el quale mosso da pietà e misericordia di questa fanciulla, sta ginocchioni dinanzi al tuo e mio Signore,148 pregando che per sua misericordia uscire di questo corpo io già debba. Il perché tali orazioni di quello veementemente mi cruciano149 e affliggono».
47
Del volere scontrare150 se vero era el sopraddetto caso
Per voler meglio el vero del predecedente caso scontrare e investigare, come Bartolomeo Gherardi predetto fu a San Salvi giunto gli narrorono tutto el caso era avvenuto, in modo che ora per ora vero essere si scontrava quanto lo spirito aveva lor detto.
48
Di due monaci che si volevono del monasterio partire
Dimorando ancora altra volta esso spirito a San Salvi, l’abbate del detto luogo fece chiamare,151 don Alessandro per nome chiamato, dicendogli: «Àbbiti cura perché due delli tuo monaci ordinano152 del monasterio partirsi per vertere153 quello sottosopra e fare tumulto».154 Esso155 chiamò poi in uno luogo penetrale el più secreto della casa, ammonendolo che tali cose a Fruòsino non riferissi perché non appartenevono a lui. E delli due monaci avvenne quanto aveva predetto.
49
D’uno monaco che errava nelle secrete156
e in che modo esso spirito lo scoperse
In spazio di pochi giorni fece l’abbate un’altra volta chiamare, dicendo: «Abbatozzo mio, in questo tuo monasterio tu non hai cura nessuna, perché qui è uno delli tuoi monaci, el tale chiamato, el quale non sa ancora la messa dire e già l’ha detta più che anni 24: erra grandemente nel tale e tale luogo delle secrete». E così villania non mediocre gli disse. Per la qual cosa l’abbate el detto monaco subito a sé fece chiamare e la messa gli comandò dinanzi a sé tutta dicessi. Trovò quello errare in tutti que’ luoghi che esso spirito gli aveva predetto. Onde lo abbate lo errante monaco gravemente riprese, ammonendolo che in simili luoghi mancare o errare più non dovessi.
50
Della dimandita157 che di tale caso allo spirito feciono
Di poi proponendogli questo dubbio:158 se l’auditore in tale caso bene aveva udito la messa,159 se quella era idolatria o se al prete così celebrante risultava peccato, rispose quello del prete altro non essere che ignoranza, che de l’altre cose discettare non voleva né entrare in disputa. Diceva: «S’io volessi, cose nel capo certamente ti metterei che poco intelligibili e molto meno utili ti sarebbono».
51
Come quello mai chiamava el nome proprio della persona
Non ti maravigliare che lo abbate per suo nome proprio di sopra non chiamassi, perché el proprio nome d’alcuno con parole mai esprimeva. Ma in quel luogo qualche ridicula cosa diceva, come “abbatozzo”, “Laurenza” o altre simili insolenti e ridicule cose. El nome tuo proprio esprimere per niente poteva.
52
Delle persone nelle quali più volentieri suo tempo metteva
Dimandandolo qualche volta quali erono quegli ne’ quali più volentieri suo studio160 e tempo metteva, rispose solo essere due generazioni:161 una, di coloro che ciechi diventati sono ne’ peccati, acciò non si pentino e alla buona e santa vita ritornino; l’altra, de’ buoni e probi religiosi, e quali stanno in assidue orazioni e digiuni senza peccare. «Metto ogni diligenza, uso ogni arte, die e notte lavoro per tali anime guadagnare.»
53
Di coloro e quali appostare162 per niente poteva
Di poi a Fruòsino si rivolse esso spirito, dicendo: «E pari tuoi sono che mi ottundono163 e spezzono la testa. Appostare per niente gli posso, perché commettete oggi uno delitto,164 doman vi pentite e andatevene a confessare. Similmente udite messa, da casa a bottegha di poi ve n’andate. Vedi adunque come deprehendere o giugnere165 in tal modo vi posso».
54
Della imperfetta elemosina che detto Fruòsino fece
Uno della Compagnia del Crocifisso,166 della quale era ancora detto Fruòsino, uno certo giorno morendo, a ciascheduno fu imposto dire dovessi trenta volte e penitenzial psalmi per l’anima del defunto. «Per la qual cosa167 non sapendo io quegli dire, andai a’ Servi168 e a uno povero cieco quivi gli feci dire, convenzione con quello e patto facendo. Dèttigli di poi la metà de’ promessi danari. Dopo un certo tempo esso spirito mi parlò dicendo: “Persuaditi169 forse che la mezza elemosina che pel tuo compagno facesti al cielo già sia pervenuta? Sappi che essa nel mezzo del cammino ancora pende e sospesa rimane, perché l’altra metà de’ danari al povero non contribuisti”.» Ma solo quello era avvenuto per dimenticanza.
55
Della battaglia feciono una notte gli spiriti con una buona anima
Essendo una volta ito detto Fruòsino a visitare uno di sua Compagnia, il quale stava in fine170 di morte, avvenne che lo ’nfermo alquanto sollevandosi disse: «Sarebbeci uno Fruòsino per nome chiamato?». El quale così ammonì dicendo: «Àbbiti cura, àbbiti cura, perché hai in casa cattivo compagno». Di poi si riposò alquanto e con grave affanno incominciò un’altra volta a parlare: «Ella me l’ha promesso» più e più volte dicendo. Diceva ancora: «Cavatevi di capo,171 e voi, cari frategli, fate riverenza». E con queste parole passò della vita presente.
56
Quello che narrò lo spirito a Fruòsino del sopraddetto infermo
Tornando la mattina detto Fruòsino a casa, lo spirito gl’incominciò subito a parlare, dicendo: «Onde vieni?». Rispose Fruòsino: «Che ti riferisce172 voler così mie faccende sapere?». Al quale: «Sono stato io ancora a visitar lo ’nfermo, ma poco frutto ne riporto», esso spirito rispose, dicendo: «Che credi per dir tante volte “Ella me l’ha promesso” significare o intendere lo ’nfermo volessi?». Confessò Fruòsino apertamente el concetto di tali parole intendere per niente potere. Le quali lo spirito aprendo e intimando,173 così disse: «Io con molti altri compagni già tanto combattutto e oppugnato174 tale infermo avamo,175 che espugnato e prigione nelle man nostre vinto si dava. Monstrandogli certa scritta quale tu leggere mai sapresti, nella quale exarato176 era e scritto uno delitto177 quale esso infermo in luogo Gomito de l’oro178 chiamato già aveva commesso, subito la Madre del tuo e mio Signor quivi venne quello sommamente confortando e dicendo: “Figliuol, non dubitare, sta’ forte. Io qui sono, non ti abbandonerò”. Tanta via allora in quel mezzo superammo che, quando di quella lo spazio dirti volessi, quello comprendere al tutto impossibile ti sarebbe. Noi altrimenti andiamo non come pe’ viottoli voi, ma come volatili saette per tutto scorriamo, tornando e nostro officio di nuovo faccendo. Quello, in dire e tenere179 “Ella me l’ha promesso”, al tutto s’era fermo,180 in modo che in lui più non potemmo.181 Vedi adunque s’io sollecito182 sono» a Fruòsino esso spirito disse «che già ho tante cose fatte e di te prima sono a casa tornato». A quello Fruòsino così rispose: «Sia col malanno!».
57
Come detto spirito Dio per nome non ricordava
Lo spirito predetto osservava questo:183 ch’el nome di Dio mai ricordava, ma in quel luogo “el tuo e mio Signor” diceva. Quando similemente nominar voleva la Vergine Maria, “la Madre del tuo e mio Signore” ancora quella chiamava. Diceva di poi che persona nessuna a torgli le anime gli era tanto infensa184 e inimica quanto essa Madre del Signore.
58
Come non voleva cherica sacrata per alcun modo toccare
Era impossibile ancora appressargli cherica alcuna sacrata,185 però che per esso clericale sacramento detta fanciulla molto si concitava e pazzie innumere e enormi da ogni parte186 faceva.
59
Come dove dipinta fusse la Vergine Maria
per niente poteva passare
Non poteva passare ancora detta fanciulla per luogo nessuno dove dipinta fussi alcuna Nostra Donna. Per la qual cosa fece una volta simile effetto, che una mattina per tempo da San Salvi tornando Fruòsino colla detta fanciulla, dalla Compagnia de’ Neri venendo, dove la prenominata Nostra Donna era dipinta,187 mai fu possibile per tal via procedere o più oltre passare. Veduto el detto Fruòsino questo, per riparo prese dover dalle Murate188 passare. Alla qual cosa non volle la fanciulla consentire, perché non era ancor finito mattutino,189 dicendo: «Trarmi del fuoco vorresti per mettermi nella fiamma».190 Veduto adunque che altra via non vi era, era al tutto esitante e sospeso di quello fare dovessi. Lo spirito predetto così parlando gli disse: «Andremoci per la via de’ Pelacani,191 per la quale el fango a gola192 di mezzo luglio si truova». Veduto adunque che per tale sordida via non voleva Fruòsino passare, lo prese pel naso esso spirito dicendo: «Per forza o per amore so che mio cammino seguiterai». E così el passo evitò193 e fuggì di sua difficultà.
60
La risposta che fece alla dimandita di sua figura194
Dimandandolo qualche volta Fruòsino di sua figura, così gli rispose: «Se a me fussi libero arbitrio di potermiti dimonstrare, non credere ch’io fino ad ora indugiato mi fussi. Ma vedi se al tutto sè insolente e fuori di ragione di tale cosa dimandarmi, perché s’io mi ti potessi nella qualità ch’io sono aprire e enudare,195 tale sarebbe la paura che e capelli hai in capo rigidi e canuti diventerebbono tutti. Considera ancor questo: che quando a Lucifero, gran principe e nostro signore, davanti mi ritruovo a rapportare el numero de’ mali che abbiamo fatto commettere agli uomini dall’uno giovedì all’altro, tutto triemo per paura ancora che al mio signore dinanzi mi truovi. Ma quando sarà tempo196 verrò a visitar te e gli altri».
61
Quello che per riguadagnare el cielo diceva farebbe
Ebbe a usare una volta con Fruòsino queste parole: «Veramente voi non fate penitenze né astinenze che a quelle che farei io equiperare si potessino, s’io pur tanto avessi di corpo quanto ha una formica. El perduto paradiso, gl’immensi gaudii, la eterna vita di quello riguadagnerei, quale possibile mai sarà ch’io racquisti».
62
La risposta che fece a uno che aveva perduto seta
Una sera uno che aveva perduto certa quantità di seta a casa Fruòsino197 venendo con intenzione per mezzo di esso spirito la perduta seta ritrovare, e per captare attenzione e benivolenza da quello uno magno e elegante proemio198 avanti gli fece: come nato era199 d’alta progenie e nobile stirpe e simili parole quivi raccontando, per le quali in cielo empireo, donde caduto era, di nuovo lo riponeva. Detto spirito continuamente fece silenzio, in modo che veduto che l’orare niente gli valse, perdute le parole come ancora la seta, prese esso tale suo viaggio.200 Ma non sì tosto de l’uscio già fuori, lo spirito predetto lo rivocò,201 così dicendo: «Senza che più parole meco facci, so quello che aresti voluto. Ma sappi ch’io più tosto mi ingegnerei insegnare a uno altro che altrettanta seta ti togliessi, che quella hai perduta mai renduta ti fussi».
63
Delle parole disse contro a certi
che mormoravono della detta fanciulla
Essendo lo spirito predetto a San Salvi una volta nella sagrestia di detto luogo, per scongiurar quello uscire già dovessi da dosso alla detta fanciulla, molti monaci e alcuni secolari202 erono ancor quivi da parte. E quali co’ monaci insieme detta fanciulla vedendo, grandemente incominciorono a mormorare, dicendo non essere onesto che una fanciulla di tale qualità tra li monaci stessi. Sentendo lo spirito le parole, pregò uno de’ monaci che la stola da dosso a quella per alquanto dovessi levare, la quale affermava e asseverava sentire più grave203 che e giganti el monte Etna204 o Atlante quando el cielo con sue spalle sostenne205 (come ancora ne’ poeti si legge), più dura e forte che al gran Cerbero la catena colla quale fu dallo inferno da Ercole tratto,206 e che tutte le sacre cose gli diventavono sempre di questo medesimo pondo,207 dicendo: «Se e detrattori secolari208 m’aspettono, darò loro ad intendere quanto siano in errore». Levata la stola predetta, chiamò subito uno de’ mormoranti secolari e disse: «O tu che dopo209 le spalle di cotesto altro mormori e surridi,210 passa un poco più avanti». Di poi gl’incominciò a aprire el libro di tutti e suoi cattivi contratti,211 d’ogni cattività212 o male che aveva fatto. El quale veduto così esser tocco nel vivo, di quivi s’assentò presto pigliando suo breve viaggio.
64
Di quello avvenne a uno prelato
venendo a visitare la detta fanciulla
Dopo questo, eccoti venire uno degno prelato, mandato dal magnifico Piero di Cosimo de’ Medici213 per tale caso vedere. Il che avvenne che, essendo presso al monasterio predetto214 esso prelato, lo spirito incominciò a parlare, così ironicamente dicendo: «Ecco a me quello uomo da bene, el quale vuole ch’io gli narri cosa che col tempo ne resterà male contento». Giunto esso prelato quivi, gli disse queste parole: «S’io potessi ti metterei li piedi sopra cotesto tuo ventre, tanto ti farei scoppiare». Dopo queste, certe altre parole aggiunse che inver poco gli piacquono, per la qual cosa s’inginocchiò subito in terra dimandando perdonanza. Di poi alla scarsella misse le mani, dando alquanto di elemosina a uno de’ predetti monaci, che per l’anima sua dir messa dovessi. Fatto questo montò a cavallo, per suo cammin breve215 ritornando.
65
D’alcuni che udire volevono tale spirito parlare
Essendo venuti una sera alcuni compagni di detto Fruòsino per volere udire questo spirito parlare, avvenne che accostandosi esso spirito al caldano216 del fuoco, al quale erono ancora e detti compagni, prese in mano certo fuscello e incominciò detto fuoco a stuzzicare; e mandandone alcuno carbone sopra de’ detti compagni fu di bisogno di quivi s’assentassino. Di poi pregandolo Fruòsino che per suo amore dovessi alquanto parlare, mai parola alcuna fece. Per la qual cosa di quivi si partirono. Di poi dimandandolo Fruòsino perché così aveva fatto el mutolo non volendo parlare, al quale così finalmente rispose: «Tu ti vorresti poter iattare217 d’aver fatto parlare uno spirito per esser tenuto santo. Non voglio che in cose simili el disegno ti riesca».
66
Quello che per virtù di certe parole faceva
Sappi che detto spirito, ogni volta che Fruòsino o altri queste parole diceva: «In nomine Iesu omne genu flectatur celestium terrestrium e infernorum»,218 prostrato al tutto in terra s’inginocchiava, dicendo che gli spiriti ne’ cieli abitanti, ne l’aria ancora, nella terra o nel centro di quella, per virtù mirabile e immensa potenza delle predette parole, tutti con riverenza somma s’inginocchiono. E quando ancora in chiesa esse parole si dicevono, tutti gli spiriti in essa dimoranti non altrimenti fanno.
67
Delle parole disse per non andare a Vallembrosa
Essendo un giorno la detta fanciulla molto da esso spirito tribulata, detto Fruòsino fece pensiero el sequente dì doverla a Vallembrosa menare. Per la qual cosa, esausto già di pecunia,219 tolse certa veste della suo donna, portolla di poi al giudeo e sopra quella accattò certa quantità di danari. Tornando adunque con sommo silenzio a casa la sera detto Fruòsino per non esser dalla moglie deprehenso,220 né ancora come avviene ripreso, presegli a parlar di subito esso spirito dicendo: «Ti dài forse ad intendere ch’io non sappi, o uomo da bene, quello ordinato hai? Ma tieni per certo che innanzi di qui mi parta ti consumerò quanto pane e vino hai per al presente». Di poi quanto seguìto era221 tutto di nuovo gli aperse:222 come la veste della propria donna impegnata aveva al giudeo e la quantità de’ danari sopra quella accattati. Indusse e sforzò223 ancora la medesima sera detto invaso corpo a tanto mangiare che, se possibile stato fussi, l’ossa al detto Fruòsino voluto arebbe che mangiato avessi. E veramente mangiò quella sera tanto che in uno mese non aveva altrettanto per avventura mangiato. La quantità d’esso suo insolito mangiare224 non molto più fu che un pane.
68
Quello che de’ giudei diceva
Da poi che qualcosa abbiamo del giudeo detto, la sera medesima dimandollo Fruòsino quello avvenir dovea225 d’essi giudei. Diciannove soldi e mezzo per lira con quegli sé avere226 rispose. «Tuo e mio Signor volessi che tu e gli altri come loro stessino».227
69
La risposta fece della fatica che per avere una anima durava
Dimandollo qualche volta per avere una anima perché tanto s’affaticava. Rispondea esser per due cagioni: «L’una perché m’è dal mio signor Lucifero comandato; l’altra perché alquanto premio ne riporto, quale bisogno non fa ch’io ti narri».
70
D’uno brieve228 che addosso aveva
detto spirito229 quale non si ritrovava
Essendo una sera a San Salvi la detta fanciulla con uno religioso monaco, don Colombino per nome chiamato, suo distretto parente, d’uno agnusdeo230 o breve si fusse rimando tritamente231 e cercando (el quale da Roma recato aveva e addosso a essa fanciulla posto), mai possibile fu detto brieve rinvenire. Volendo adunque detto religioso, per ritrovar quello, in seno o in altro luogo della persona la fanciulla toccare, alzò di subito esso spirito la mano per volergli dare una grave ceffata,232 dicendo: «Hai tu tanta audacia che sopra di me pure accennare non che fare tal cosa vogli? Aspetta alquanto, perché verrà colui quale ha sopra di me auttorità fare quanto vuole e quanto gli piace». Adunque dopo certo spazio di tempo esso Fruòsino giunse. Quella si levò sù allora dicendo: «Ecco chi el breve ritroverrà». Inteso el caso, lo dimandò dicendo perché così fatto aveva. Rispose che per due potissime233 cagioni in esso corpo dimorava: «Una pel comandamento del tuo e mio Signore»; l’altra perché, essendo custode di sì virginal corpo, obligato era tener somma e sedula234 cura di quello. «Per la qual cosa altri non voglio, o Fruòsino, che tu arbitrio alcuno abbi di tal virginil corpo toccare.»
71
Come detto spirito s’era da casa partito
per a detto Fruòsino adiutare lavorare
Tornando una sera el detto Fruòsino a casa, esso spirito gli narrò certo caso, dicendo: «Veramente mi parti’ oggi di qui per una ora adiutarti lavorare. Com’io fu’ in bottega giunto, preso el martello in mano per adiutarti, non fui per niente lasciato,235 però che non solo per adiutarti lavorare ero venuto, ma per darti d’uno di que’ maggior martelli nella testa e distendermiti a’ piedi236 in terra morto».
72
Quello avvenne per non volere a esso spirito obbedire
Andando una mattina innanzi dì detto Fruòsino a bottega, avvenne che non essendo el garzone ancora a quella giunto, a giacere in quel mezzo si pose alquanto dentro dallo sportello, per meglio evitare el freddo. Per la qual cosa sopravvenne esso spirito e, mettendo un piede a esso Fruòsino in capo, quello in tal modo gravava che a Fruòsino veramente pareva ch’el collo gli dinoccolassi,237 non stimando che di tale effetto cagion lo spirito fussi, ma più tosto qualche altro profano238 e impio scelerato, che quivi contiguo239 suo destro240 a fare venuto fussi, dicendo pure: «Che farai, moccicone?».241 Nientedimanco finalmente dello spirito ricordandosi, incominciò presto a munirsi con insuperabili arme, cioè col segno della croce. La qual cosa come ebbe fatta si gli levò subito el ponderante e deprimente242 spirito da dosso saltando in mezzo del ponte243 e fuor di misura ridendo. Per la qual cosa, tornando la mattina Fruòsino a casa, gli narrò lo avverso e sinistro suo caso, dicendo: «Diliberato hai di non fare a Fruòsino se non male. Poco mancò la preterita notte che non mi facesti el collo dinoccolare». Delle quali parole ancora veementemente si rideva, dicendo: «Se non ti innaspavi,244 t’avevo già non in troppo sicuro porto condotto».245
73
Del non poter far frutto nessuno colli monaci
Ebbe qualche volta a dire a’ monaci di San Salvi come, nel fargli peccare, con loro tutta la settimana guadagnava; ma che di poi in uno giorno ogni fatica si perdeva, e questo solo avvenir quando a capitolo essi si raunano, però che quivi di tutt’i loro peccati si spogliono. «Della qual cosa assai mi contristo.»
74
Per che cagione el sabbato a buon’ora far festa
a ciascheduno si converrebbe
Detto Fruòsino un sabbato a casa tornando, esso spirito lo dimandò se del lavorare festa aveva ancor fatto. E trovando di no, subito si elevò246 detto spirito dicendo come al corpo dar festa cosa era molto conveniente, perché ne l’altra vita è dato ancor festa a l’anime nelle purgatorie pene dimoranti. «E avvien questo perché a tale ora la Madre del tuo e mio Signore sta dinanzi a Quello divotamente orando e supplicando (e a Quello suo santissimo e essuberante247 petto monstrando che el latte sumministrò alla umanità santa di Quello) che per la sua gran misericordia e innumerabil248 clemenza a lei grazia conceda di poter trar l’anime de’ gravi cruciati249 e gran pene del purgatorio da sabbato a vespro fino al fine de l’officio250 del lunedì.» Delle quali anime el luogo, cioè esso purgatorio, assimigliava alla piazza di Santo Spirito, delle quali parte dalle ginocchia in sù, parte dal corpo, parte dal petto, parte dal viso fuori de’ martirii e gravi tormenti elevate stanno,251 del preterito252 martirio grandi allegrezze, gaudii, balli e feste da ogni parte faccendo. Di poi aggiugneva: «Mirabile e al tutto sublime cosa, Fruòsino, ti parrebbe se vedessi alcuna di tali anime quando purgate sono e già alla immensa e incircumscritta253 beatitudine per goder sempre rivolono,254 dove è discosto255 ogni male: donde, heimè!, ch’io sono come vedi e sarò sempre discosto. Per contrario ancora ti attristeresti se entrare vedessi altre anime nelle già dette pene».
75
Come per ben dire detto spirito era punito
Dimandandolo alcuna volta di cose supreme o di qualche morale o sottil passo delle prediche che esso Fruòsino udiva, rispondeva dicendo: «Vuoi che quello a me non si appartiene ti dica, cioè della Sacra Scrittura?». E in luogo di questa parola “sacra”, “sa” e non più oltre diceva, dicendo poi al detto Fruòsino: «Sai bene quello dir voglio». Diceva ancor questo: «La cosa va veramente per contrario, perché tu a patir hai pena delle nefande e cattive parole, e io delle buone. Avvien questo perché mi sforzi256 che qualche cosa buona parli,257 e io sono di poi a doppio punito».
76
In che modo esso non poté rivelare un certo peccato
Usava ancor questo: che tutti e peccati rivelava e publicava che in casa dove era si facevono. Avvenne che uno, quale per onestà voglio tacere, una sera fece un tal peccato che per nulla voluto arebbe si fussi saputo. E di esso spirito ricordandosi, quale sapeva che era pieno di rime258 e niente occulto teneva, venne seco medesimo immaginando in che modo tale sinistro259 evitare sicuramente potessi. Per la importunità del tempo del commesso delitto260 confessare già non si poteva, e questo perché a tale ora erono tutte le chiese serrate. Per la qual cosa alla madre delle grazie Nunziata261 che la via vera gli aprissi supplicemente si raccomandò, a quella più voti faccendo se tale spirito in modo legava262 che tale peccato per niente riveli. Finito el voto, con buona speranza si tornò a casa. Come di subito fu quivi giunto, detto spirito fuori sua lingua per parlare alquanto mandava e non potendo le parole sciogliere o formare di quello voleva dire, el peccator predetto gli rispose dicendo: «Confessato mi sono». Al quale lo spirito disse: «Sai bene che di tale cosa tu menti, perché a tale ora serrate sono tutte le chiese». A mezzanotte lo spirito costui chiamò pregando insegnar gli dovessi come fece a sì artatamente263 legargli la lingua, che tale peccato non potessi publicare. Il perché264 gli narrò tutti e voti che aveva alla Nunziata dedicati e fatti perché esso265 tale suo peccato non publicassi. Allora così a quello rispose: «In questo modo m’hai più e più volte ingannato».
77
Le parole che disse pel caso del settantaotto266
Innanzi che avvenissi el caso del settantaotto, esso spirito lo predisse, dicendo che in uno grande e amplo fuoco267 soffiava. E quanto più al tempo di detto caso s’appropinquava, tanto esser diceva quello maggiore. La qual cosa che a punto268 esser dovessi mai scoprir volle. Ma quando el funesto, lugubre e miserabile caso fu scoperto, disse: «Ecco che è già el fuoco scoperto nel quale soffiavo. Ma sappi veramente che non solo Firenze ma tutto el mondo per la immerita morte di tale uomo sarà rivolto sottosopra». La qual cosa così essere stata abbiamo veduto.
78
Della risposta ch’è d’una anima
della quale l’aveva esso Fruòsino dimandato
Dimandandolo Fruòsino come fusse l’anima di Giuliano269 ita, rispose: «A me questo niente costa: è ita quella veramente in luogo di salute,270 cioè alle pene del purgatorio». Quello ancora uomo stato essere di divozione non mediocre, diceva, «perché quando el tuo Signore e mio si levava,271 per vero e salutifero rimedio de l’anima sua certa orazion buona e divota sempre diceva».
79
Della villania che al detto Fruòsino disse
per una anima che perder gli fece
Nel tempo che giostrò el magnifico Giuliano de’ Medici e Iacopo Guicciardini con altra magna caterva di cittadini,272 avvenne questo: che andando el predetto magnifico Giuliano de’ Medici contro a lo avversario suo, per disgrazia non si colpirono. Ma osservando e andando drieto a Giuliano predetto uno certo Perassino Vespucci per nome chiamato, il quale inconsideratamente273 il colpo dallo avversario ovvero concorrente di Giuliano de’ Medici ricevette. Il quale nella gola quello in modo prese, che lui e il cavallo mandò per terra quasi morto. Essendo per avventura detto Fruòsino dentro allo steccato sopra d’uno cavallo per guardia di esso Perassino Vespucci, e tale sinistro caso vedendo, si gittò subito a terra del cavallo e Perassino moribundo per li capelli prese, tali parole dicendo: «Abbi a mente, Perassino, l’anima tua, perché sè scommunicato. Prega adunque e divotamente raccomandati a Dio che per sua somma e immensa misericordia perdono e suo grande aiuto ti porga». Per la qual cosa tornando la sera Fruòsino a casa, esso spirito pareva che per sola rapina274 divorar quello al tutto volessi, dicendo: «Che avevi tu a far di colui? che t’apparteneva? perché tanto gli rammentasti l’anima sua?». Al quale per carità e salute de l’anima di colui solo quello aver fatto Fruòsino rispose. Allora lo spirito disse: «A me non facesti tu mai altro che male, perché in essa giostra altro non avevo guadagnato e quello ancora m’hai con tue parole tolto».
80
Della paura che faceva a uno di semplice natura
Essendo detto spirito a San Salvi in una certa casa di quegli,275 nella quale abitava uno loro fattore più semplice che la simplicità, Agnolo per nome chiamato, al quale esso spirito per giuoco qualche volta diceva: «O Agnolo, io ti voglio in ogni modo entrare addosso». Al quale respondeva quello, dicendo: «Io mi sono in tal modo segnato e ho tante avemarie dette che so non mi potrai entrare addosso. Ma faresti bene andarti con Dio e non dare noia a chi non ne dà a te». Allora esso spirito a Fruòsino parlava, dicendo: «Che dirai tu che questo insulso pazzo per la sua sincera e buona fede dice el vero? Abbi per certo che questa maladetta fede è quella che più mi nuoce che cosa alcuna altra di questo mondo».
81
Quello che fece per rimanere in casa sola
Fece una volta esso spirito tanto che una sua276 sorella con un’altra cognata una mattina per tempo condusse277 che dovessino insieme andare ad udir messa. Avvenne che, già essendo le predette due donne sul ponte a Santa Trinita, una di loro coll’altra fermandosi incominciò forte a dubitare ch’el detto spirito non facessi qualche male a’ due fanciulli, e quali erono in casa nella zana278 rimasti, perché innanzi di casa partissino aveva promesso la fanciulla279 gli governerebbe: ma sol280 questo era la paura loro. Di poi ancora mentre erono in Santa Trinita e levandosi el nostro Signore, alla detta cognata, monna Lorenza per nome chiamata, un gran capriccio281 sopravvenne che tutta la comprese, in modo che per la gran paura del detto spirito gli diventorono rigidi e aspri tutti e capelli. Per la qual cosa si volse a essa sua cognata e moglie del detto Fruòsino, dicendo: «Qui non voglio più per nulla dimorare, perché m’è tale caso intervenuto». Non finirono di udire la incominciata messa che presto tornorono a casa. Vidono alla finestra detta fanciulla dicendo:282 «Ecco di qua le mie donzelle». Ora finalmente, non volendo quella lor uscio aprire, forza loro era entrassino per casa d’un vicino. La qual cosa veduto, subito giù corse283 ad aprir loro, così dicendo: «Veggio che star più a l’uscio non volete per esser vedute».284 E in tal modo le dileggiava e dava lor noia.
82
Della narrazione del sopraddetto caso
Narrò el caso loro la fanciulla a punto come era seguito. Prima come esso spirito innanzi gli era apparito, monstrando e dicendo come prender dovessi e prenominati fanciulli e portargli sopra del pozzo per affogargli. E così far volendo, disse aprir mai non aver potuto le mani.285 Di poi a far alla pentola fuoco la indusse e tanto a quella sollecitò el fuoco che essa in secco in modo rimase, che un pieno secchione d’acqua in poco tempo consumò. E questo tutto faceva per al pozzo attinger più acqua condurla e in quello precipitarla, però che poco innanzi gli aveva accennato dover affogarla in detto pozzo. Per la qual cosa le prenominate donne trovorono la detta pentola secca e in quella logoro d’acqua286 e tutte consunte le legne e la fanciulla tutta attonita, pavida e spaurita da ogni parte per le parole dell’oppressore suo e formidabile287 spirito.
83
Dove esso spirito disse avere avuto più quiete che in luogo nessuno
Usò una volta queste parole, che mai in quel corpo ebbe più bel tempo che nel paese288 ove era essa fanciulla nata, perché quivi non erono tante chiese, tabernaculi e reliquie di santi. Ancora perché tutti e parenti giudicavono quella esser pazza. Di poi a Fruòsino si rivolse dicendo: «Da te non ebbi io mai altro che male, perché ogni dì nuovamente mi triboli menandomi ora a questa chiesa ora a quella. E con tue reliquie e parole gravi martirii e nuovi cruciati289 sempre m’aggiugni».
84
Del puzzo che gittava esso corpo quando andava alla Nunziata
Menando290 qualche volta essa fanciulla alla Nunziata,291 avvenne che quando a l’uscio di detta chiesa s’appressava, tanto era el gran puzzo che usciva da dosso al detto corpo che impossibile era tollerarlo. Dimandollo Fruòsino quello che sì tetro odore significava. Al quale rispose che tanto, anzi altrettanto, era a lui puzzo accostarsi alla predetta chiesa. «Pensa adunque che per tale luogo fuggire doverrei ogni cosa fare».
85
In che forma esso spirito si mutò per far paura alla detta fanciulla
Fece una volta esso spirito questo: che, per fare una notte alla detta fanciulla paura, in forma di detto Fruòsino si mutò, mettendosi el grembiul suo dinanzi e in capo la berretta e la faccia tutta si tinse e in tal modo gl’incominciò a parlare dicendo: «Vorrei oramai mi ti levassi dinanzi e a consumare lo avere e la persona più non mi stessi», e simili altre parole. Di poi di questo caso colla sorella, moglie del detto Fruòsino, la mattina s’incominciava292 molto a ramaricare. Ma sentendo Fruòsino questo, l’ammoniva così dicendo: «Non vedi che lo spirito spesso t’inganna? Io certamente non ho tali parole dette».
86
Del dare a filare al detto spirito, quello n’avvenne
Per forza di detto spirito avvenne una volta questo: che dando a filare alla detta fanciulla certa quantità di lino uno suo cognato e fratello del detto Fruòsino, Antonio per nome chiamato, fece più volte questo, che più di tre libre in uno giorno filava. Nientedimanco mai voleva per la casa293 filare, dicendo che non voleva lor dare tale guadagno. Venne el detto Antonio con certa buona quantità di lino stio294 e disse come ancor voleva gliele filassi. Perché tale lino de l’altro era più bello, promesse alquanto più prezzo che l’usato dover in ogni modo a quella dare. Ora intervenne che questa fanciulla esso lino in tal modo filò che veramente parve che spago, o cosa ancor più rude e grosso, filato avessi, non di tal natura lino. Di poi el materiale e grosso filato in uno sciugatoio stretto bene involse. Venendo detto Antonio per la già filata accia,295 la fanciulla gli disse che e danari prima voleva, poi gli darebbe l’accia. Preso e danari e già data l’accia, irridendo disse che andrebbe bene a tre braccia la libra.296 Udendo le parole Antonio svolse l’accia e veduto di che qualità era maravigliossi assai dicendo: «Perché m’hai così fatto?». Rispose che per ristoro de l’altra297 l’aveva fatto.
87
Del rivelare un caso ora per ora
Essendo esso spirito a San Salvi un’altra volta, chiamò Fruòsino per dargli noia dicendo: «Sìati avviso che a tante ore di notte la tua cognata Laurenza298 ha una fanciulla partorito senza alcuno adiuto della ostettrice299 o d’altre donne per la celerità sùbita del partorire. Di poi gli narrò come el marito di quella properando300 corse per la donna che dette creature leva, la quale temulenta,301 inebriata e sopita302 dal vino gli rispose che non voleva per niente venire. E così delle preterite sue cose tale avviso gli dette.303 Ma vedendo lo spirito che di tale infortunato304 e avverso caso Fruòsino non poco si cruciava e da grave dolore era preso, perché sempre rimaneva mesto e afflitto quando femina in casa gli nasceva, senza più avanti procedere e Fruòsino affligere, disse che gli aveva dato noia305 e che era stato maschio. Di poi Fruòsino detto a Firenze tornando, raccontò el caso per ordine tutto quale narrato gli aveva lo spirito, ora per ora.
88
La risposta che fece lo spirito a Fruòsino
quando lo dimandò perché non rispondeva in latino
Esso spirito, quanto si può pe’ suoi urbani eleganti detti raccôrre,306 molto era faceto. Onde, essendo la fama di quello per molti luoghi del mondo sparsa e quasi già alle stelle volata, confluivono in casa Fruòsino da diversi luoghi quasi innumere genti in qualunche facultà exculti307 e eruditissimi. E quali con detto spirito, come è costumo de’ dotti, in latino sempre parlavono. Lo spirito a ogni cosa con somma eleganza e acume rispondeva, ogni loro proposta e somma difficultà ottimamente solvendo, ma sempre in volgare.308 La qual cosa Fruòsino predetto molestamente portando, quando erono poi di quivi e litterati partiti, esso riprendeva così dicendo: «Tu poco onore certamente mi fai a non risponder latino a chi in latino ti parla. Come non sai tu ancora dire in grammatica come loro?». Al quale lo spirito così rispose: «Non ti maravigliar, Fruòsino. In paradiso per niente studiare potetti, perché ero cuoco». A quello rispose Fruòsino: «Stiamo bene insieme! Fa Iddio gli uccelli e essi s’accompagnono».
89
Della similitudine che fece del cader suo di cielo in terra
Parlando una volta e confabulando Fruòsino col detto spirito di molte e varie cose, e infra l’altre quello dimandando in che modo e perché di cielo in terra, anzi nel profondo abisso, fu sua immensa, miserabile e lacrimanda ruina, al quale esso spirito così rispose: «O uomo volgare, idiota309 e imperito, non vedi di che gran cosa dimandi? Se quel pur vuoi in ogni modo sapere bisogna che per una sola similitudine310 ti dichiari e apra.311 Fu proprio adunque come del poggio e del piano avvenne, cioè la controversia tra ’l magnifico Piero di Cosimo e messer Luca.312 Sarei certamente stato in luogo declive e umile313 più allora sicuro, perché è miglior cosa e più sicura in piano avere sua casa che in poggio.314 Fuvvi nientedimanco chi di me peggio n’andò, però che di tale sedizione o conspirazion capo non fui. S’io di sì gran fazione de’ primi auttori uno stato fussi, credimi, Fruòsino, che una sola ora non che già tanto tempo mai saresti di queste mie man vivo campato. Lucifero con gli altri auttori e primi capi di tanto male, se non fussino nel fondo de l’abisso dal tuo Signore e mio per sempre relegati, metterebbono el mondo tutto sottosopra. Nessuno dinanzi a loro vivere in terra potrebbe. Le quali cose così sciolto ancor farei io, se non fussi ch’io son buon compagno».315 E così naturalmente, per similitudine,316 sua espressa ruina in essere proprio per divino di Dio iudicio monstrò, subiungendo:317 «Io di sùbito che a’ compagni mia consenso prestai, ove così leggermente diliberando,318 volendo con chi vinceva tenere, senza cosa alcuna sotto e mie piedi allora mi trovai». E così detto, con quel corpo319 dove era in terra cadde e prostrato come morto dalla sera infino alla mattina a nona stette.
90
La risposta che fece detto spirito a Fruòsino
quando lo dimandò chi fu innanzi a Dio
Dimandando una volta Fruòsino tale spirito chi stato innanzi a Dio fussi e onde quello sua prima origine trasse,320 al quale esso spirito in tal modo rispose: «Vorrei, o Fruòsino, che tu e gli altri cristiani solo a tali dubbii nel punto della morte e non ad altro pensassino, perché allora è la mia grande e buona ricolta e ’l doppio guadagno, quando e morienti in simili vani e inutili pensier caggiono. Tu sè pazzo di simili cose dimandarmi, perché quello ne so e intendo io che tu. In questo intendo più di te: ch’io ho principio dal tuo e mio Signore, dal qual mi trovai e truovo fatto».
91
Della risposta fece sa Fruòsino quando lo dimandò
dove capeva321 sì gran numero d’anime
In quel medesimo dì nel qual tanto si perturbò e commosse lo spirito per aver perduta l’anima di Perassino Vespucci,322 lo dimandò Fruòsino perché bisognava per una sola anima in tal modo si cruciassi, con ciò sia che multitudine innumerabile quasi ogni dì n’abbi, e massime sotto la essecrabile e maladetta fede di Maumetto. Al quale dette tale risposta: «Uno mezzo di noi tutto conduce:323 facciamo come e mercatanti che in longinque324 e remotissime regioni per guadagnar vanno». Rispose Fruòsino: «O dove mai cape sì gran numero d’anime?». A quello disse: «È gran paese di sotto,325 quale senza qualche essemplo materiale intender non potresti. Come adunque el vasto e tempestoso mare e correnti fiumi abbraccia, inghiottisce e piglia, così lo ’nferno tante anime. E come ancora el fuoco delle combustibili legne mai si sazia, così noi di tanta moltitudine d’anime».
92
Come esso spirito disse che s’era trovato
nella morte di ser Bindo da Staggia
Uno della Compagnia di San Pagolo, ser Bindo da Staggia per nome chiamato, venendo a morte, e come è usanza di quegli della medesima compagnia, vi fu presente Fruòsino con gli altri compagni. Il quale poi la sera a casa tornando, esso spirito dimandò e disse: «Onde vieni?». La qual cosa, non volendo Fruòsino dire, aprì326 lo spirito, così dicendo: «Non credi forse che alla morte di ser Bindo da Staggia io co’ mia compagni ancora oggi vi fussi? Voglio per questo che tu ne sia certo, perché dove iaceva ser Bindo cadere el letto facemmo. E se prima per avventura avessimo esso caso saputo, aremmo tale scandolo fatto che n’aremmo riportato buono e cumulato guadagno. Ma non volle Chi tutto può che giugnessimo quivi a tempo tutti, ché già era dal corpo l’anima separata quando una parte di noi più orrenda e più feroce concorrendo vi giunse, in modo che pel sùbito e gran romore del cadente letto, del quale io fui buona cagione, come sai che vi fusti, dette non poco terrore e pavento a qualunche a tal caso fu quivi presente».
[93]327
Una donna, monna Checca per nome chiamata, pinzocchera328 del terzo ordine di santo Francesco, madre di Piero Buonaccolti, che in via Mozza329 presso al detto Fruòsino stava, laborando330 in estremo di morte, la moglie del detto Fruòsino insieme colla prenominata Antonia la andorono a visitare. La quale Antonia vedeva addosso alla detta pinzocchera moltitudine non piccola d’uccegli di diverse ragioni,331 e quali co’ l’alie e col becco percotevono quanto più potevono essa pinzocchera moriente. Onde avvenne che, nel passare ovvero transire di quella, detti uccelli, cioè dimonia in forma d’uccelli, feciono tanto strepito, strida e romore che quasi essa Antonia al tutto assordorono. Tornando dipoi esso Fruòsino a casa, dimandò332 ché andava e tornava, perché non del continuo addosso le stava,333 dicendo: «Onde vieni?». Rispose: «Donde credi?». Poi suggiunse: «Di vicinanza.334 Sono stato» disse «con molti compagni (ci ha bene l’Antonia veduti) per vedere se guadagnare potavamo l’anima della pinzocchera vicina tua. Ma venne quello incordigliato335 che ben conosci e per sua cagione fare niente potemmo. Era buona donna». «Più ogni dì della inestinguibile sete che hai de l’anime mi maraviglio» disse Fruòsino. Rispose lo spirito: «Non ti maravigliare, perché ogni refrigerio nostro in questo consiste: che donde per disobbedienza caduti già noi miseri siamo, per obbedienza de’ divini precetti e osservanza de’ santi mandati336 l’anime per niente vi vadino. Così de l’anime invidiosi e cupidi siamo come voi a quegli che sono in miglior grado di voi e meglio stanno».
[94]
Essendo esso spirito a San Salvi una volta menato, come di subito in luogo sacrato pervenne, fece intollerabili e diverse pazzie. Uno villano, che tale caso non sapeva, vivamente ad uso rusticano e villanamente disse: «Che diavol sarà? pare che tu abbi el dimonio addosso». Rispose lo spirito: «O rustico villano, tu ti sè apposto!337 Così addosso fussi io a te, ch’el tuo e mio Signore me lo promettessi».338 E d’una gran turbazione e mestizia che aveva prima, venne in tanta ilarità e iocundità d’animo per le parole dette dal villano che non si potrebbe mai dire. E la schiuma, che dalla bocca per la essuberante escandescenza339 e somma ira già gli cadeva, si convertì e tornò tutta in grandi e profusissime risa.
[95]
Don Nicolò, al presente abbate di Fontana,340 mandando uno corriere a Roma per sue importanti faccende, acciocché più fusse sollecito e properante,341 venticinque ducati a detto corriere promesse se a tante ore vi fusse. E se una ora prima di quello erono d’accordo rimasti, gli darebbe cinque ducati più. Esso spirito, innanzi che qui342 niente di sua giunta sapere si potessi, a Fruòsino disse: «Di’ al tuo abbatocchio che truovi e cinque ducati, perché el corriere una ora innanzi è giunto». Dimandandolo Fruòsino perché tali abbati “abbatocchi” chiamassi, rispose: «Chi è vero abbate è in luogo del tuo e mio Signore, e come al tuo e mio Signore a quello s’ha sempre a rendere onore. E come el predetto tuo Signore e mio di sue pecore e degli apostoli fu vero pastore, così in opere e sermone esser debba lo abbate a suo gregge preposto. La qual cosa confermò lo apostolo,343 quando disse: “In quo clamamus Abbà, Pater”,344 perché Colui che tutti governa e regge è assolutamente sopra gli altri degno d’essere “abbate”, cioè padre di tutti chiamato. Dal quale solo, come el medesimo apostolo ancora dice, ogni paternità in cielo e in terra è nominata. È adunque tanto degno nome quello che a pochi uomini, non ch’altro per participazione di Quello, si può meritamente tribuire.345 Perché non solo “padre”, ma quasi “inaccessibile” questo nome “abbate” significa, cioè non degno che alcuno a tanto grado pervenga, se già non fussi sopra gli altri perfetto imitatore delle vestigie sante del Padre de’ padri, tuo e mio Signore».
Per confirmazione validissima grande e vera pruova di tutte le soprascritte cose, acciò non paiàno346 noi soli pii a credere e confermar quello che per sedula347 e vera esperienza crediamo, fiorì nel medesimo tempo che le prenominate cose qui scritte furono fatte quello vero dottissimo e ottimo pastore messer Antonio degli Agli,348 vescovo di Volterra e piovano di Santa Maria Impruneta, uomo certamente e per eleganza di costumi e santità di vita di fede dignissimo, el quale alle prenominate cose non solo esser volle presente, ma fare non mediocre profitto, non tanto a sé proprio, che poco o piuttosto niente n’aveva di bisogno, quanto a qualunche altro pio amatore e cultore di verità; per la sincera e ferma fede del quale non meno a constantemente creder si movevono349 che dimolti altri a que’ tempi di auttorità ancora e fede degni. Però che lui, come è detto uomo oltra gli altri di fede dignissimo, esse predette e soprascritte cose come san Tommaso350 aver veduto e tocche diceva.
Clausus in humano quid possit corpore daemon,
Si qua hominum teneat corpora dante Deo,
Iam docuit Christus lucis viteque magister,
Mundans oppressos demone sepe viros.
Et modo testis erit ter demone prensa puella,
Que tandem a divo salva Iohanne fuit.
Nunc igitur taceant pravi qui daemonis usu
Nil agi in humano corpore posse ferunt.351
1. avversa valitudine: “cattiva salute”.
2. corporal: “fisica”.
3. conietturando: “congetturando”; costituisce dittologia sinonimica col successivo pensando.
4. succintamente: “in breve tempo”.
5. senza... ridurre: “senza indugio trasferire”, nella speranza che l’aria nativa potesse giovare alla sua salute.
6. San Godenzo: è una località sulla strada che da Firenze porta a Forlì.
7. orrendo: “spaventoso”, per la difficoltà di attraversarlo.
8. periclitare: “correre pericolo”.
9. fiaccare el collo: “rompere il collo”.
10. si dichiarò e scoperse: “mostrò dando a vedere”; endiadi.
11. asseverando: “dando certezza”.
12. uno spirito: “un diavolo”.
13. compreso e artato: “posseduto e avvinto”, altra dittologia sinonimica.
14. ammirabundi: “meravigliati”; è un latinismo crudo, come numerosi altri ne seguiranno nel testo.
15. incepto: “intrapreso”, dal lat. incipio.
16. sumpse: “prese la decisione”, dal lat. sumo.
17. riparo: “rimedio”.
18. San Salvi: borgo fuori le mura di Firenze. Qui era la chiesa di San Michele, fondata nell’XI secolo da san Giovanni Gualberto, il monaco benedettino che aveva istituito l’ordine dei Vallombrosani. In San Michele a San Salvi erano custoditi i resti del santo, che saranno trasferiti nel Cinquecento nella badia di Passignano, anche questo luogo di culto vallombrosano.
19. dedurre: “condurre”, ancora un latinismo.
20. cocolla: l’abito monacale.
21. san Giovanni Gualberto: la facoltà riconosciuta al santo di liberare gli impossessati, oltre che in letteratura, è documentata abbondantemente in pittura (Iconografia di san Giovanni Gualberto: la pittura in Toscana, a cura di A. Padoa Rizzo, Edizioni Vallombrosa-Pacini, Ospedaletto 2002). In particolare, l’immagine dipinta da Pietro Lorenzetti (1280 - dopo 1345) nell’ultimo tondo a destra della predella del polittico Beata Umiltà e storie della sua vita, un tempo nella chiesa di San Giovanni Evangelista e ora alla Galleria degli Uffizi, è molto somigliante a quella miniata nel capolettera del ms. Antinori 130.
22. stupendo: “stupefacente”.
23. apersono e intimarono: con endiadi, “dissero portando a conoscenza”.
24. stùpidi e ammiranti: “stupefatti e meravigliati”.
25. la testa: le ossa del cranio.
26. concitata: “eccitata”.
27. uscì: sogg. è “il diavolo”. Nel corso del racconto l’identità del diavolo e della fanciulla posseduta si confondono, per cui quando si riportano le parole del diavolo o se ne descrivono le azioni in realtà egli parla e agisce attraverso l’indemoniata.
28. cataletto: “lettiga”.
29. con uno... Gualberto: con un’immagine del santo.
30. uno... più: per la distanza del lancio a mano di una pietra o poco più.
31. gravare: “farsi pesante”.
32. deprimente: in quanto tirava verso il basso; latinismo.
33. pondo: “peso”.
34. monasterio... Verdiana: monastero fiorentino che ospitava le monache vallombrosane.
35. vasto: “enorme”.
36. procero e diritto: “dritto in piedi”. In realtà è l’indemoniata che si leva dritta; nel racconto, come già osservato, l’identità della giovane posseduta si confonde con quella del diavolo possessore.
37. ostentando: “mostrando”.
38. veementi: “intense, insistite”.
39. non che: “benché”.
40. el braccio di san Giovanni: l’osso del braccio di san Giovanni Gualberto.
41. assolvere: “sciogliere”.
42. scongiurando: “mentre si scongiurava”.
43. al secolo: cioè, prima di entrare nella religione.
44. necromanzia: la pratica magica di evocare gli spiriti, che era osteggiata dalla Chiesa.
45. compellare e chiamare: “chiamare costringendolo con scongiuri”, endiadi.
46. popolo: “parrocchia, comunità”.
47. simultà: “gelosia”, latinismo.
48. pesce di uovo: è una frittata farcita e ripiegata su sé stessa, che assume così la forma oblunga di un pesce.
49. e: con valore avversativo.
50. usò: “fu solito”.
51. paternostri: “grani di rosario”.
52. sumpse: “raccolse”; è un latinismo crudo.
53. atra e ampla: “nera e abbondante”.
54. distemperanza di corpo: “alterazione di visceri”, cioè diarrea.
55. disse: è ancora il racconto che lo spirito fa al monaco ex negromante.
56. immediate: “immediatamente”; è parola latina.
57. ulivo: la scelta di quest’albero potrebbe essere stata suggerita dall’Ulivo della strega, una pianta monumentale della Maremma grossetana, vecchia più di tremila anni, intorno alla quale, secondo una credenza diffusa, si riunivano le streghe per i loro sabba.
58. corpo: della fanciulla priva di sensi.
59. entrò: la fanciulla mossa dal diavolo.
60. del priore... presente: dell’attuale priore di San Giorgio alla Costa, altro centro vallombrosano, che all’epoca dei fatti era priore di San Salvi (vd. cap. 35).
61. desco: “tavolo”.
62. pipistrello: nella simbologia biblica il pipistrello era un animale impuro, poi associato al diavolo e alle streghe in quella cristiana medievale.
63. la fece: sogg. è don Gregorio.
64. ditrarre: “cancellare”.
65. dimandita: “domanda”.
66. Dimandandolo: sogg. è don Gregorio.
67. el detto spirito: chiarisce a chi è riferito il precedente pronome -lo.
68. cosa: sta per “domanda”.
69. properantemente: “di gran fretta”.
70. presidio: “soccorso”.
71. perterriti: “impauriti”.
72. ridotta: “riportata”, sogg. Antonia, l’indemoniata.
73. arrepta: “posseduta”; latinismo da arripio.
74. urente: “acceso”; ancora un latinismo.
75. cruciati: “tormenti”.
76. consultò: “valutò fra sé e sé”; sogg. è Fruòsino, il cognato della fanciulla che si prende cura di lei.
77. riparo ultimo: “estremo rimedio”.
78. stupido: “insensibile”.
79. fece: sogg. è l’indemoniata.
80. ceffata: “ceffone”.
81. in modo: “cosicché”.
82. a’ Servi: alla chiesa della SS. Annunziata, officiata dall’ordine dei Servi di Maria.
83. chiamò: sogg. è Fruòsino.
84. la scongiurò... chiarissi: “la sollecitò perché chiarisse a lui se era o no posseduta”.
85. adiurazione: “richiesta insistente”.
86. torchietto: “torcia, cero”.
87. chiasso... Bivigliano: una stradina (chiasso, nell’uso fiorentino) in prossimità dell’attuale piazza della Signoria, che prendeva il nome da Bivigliano Baroncelli, perché lì erano le case dei Baroncelli.
88. alzò la voce: è il diavolo che parla attraverso la fanciulla.
89. piazza: piazza della Signoria.
90. el nome... implorando: il diavolo era evidentemente uscito dal corpo.
91. da’: “presso i”.
92. fondamenti: “muri esterni”.
93. Santa Reparata: è la chiesa su cui fu poi costruita Santa Maria del Fiore, che però continuò a essere popolarmente chiamata col vecchio nome.
94. concitati: “turbati”.
95. al dì... maggio: festa che ricorreva il 3 maggio.
96. detto spirito: la fanciulla, che intanto era stata nuovamente posseduta dal diavolo.
97. in questo mezzo: “nel frattempo”.
98. affogare: “soffocare”.
99. ore tre di notte: corrispondono alle nostre nove di sera.
100. la fede: la certezza che si trattasse di una possessione diabolica.
101. cumulato: “utile, vantaggio”.
102. perterrite e paventi: “impaurite e timorose”.
103. i paternostri: i grani della corona del rosario.
104. subrepti: “strappati”, dal lat. surripio.
105. recensendo e numerando: “contando uno per uno”.
106. gotata: “ceffone sul volto”.
107. Donna: “Madonna”.
108. Non guastare... hai: sono pressappoco le stesse parole che nella nov. CXIV del Trecentonovelle di Sacchetti Dante rivolge al fabbro che recitava, storpiandoli, i versi della Commedia.
109. le competenti ore: le preghiere proprie dell’ora.
110. nella distanza: “nello spazio di tempo”.
111. esso: il diavolo nel corpo della fanciulla.
112. innanzi... tornassi: “prima che lo spirito tornasse davanti a lei”.
113. coatto: “costretto”.
114. «quale... dirlo»: è sintatticamente interessante il passaggio dal discorso indiretto al diretto senza introduttori.
115. spiriti: “diavoli”.
116. ricomperare: “redimere”.
117. sè: “sei”.
118. medesimamente gli apparve: ossia in forma di crocifisso.
119. Nimico: Satana, il demonio, considerato nella letteratura religiosa il nemico per antonomasia del genere umano.
120. cumulato: “beni, ricchezze”.
121. si pugnessi: “si pungesse”.
122. leve: “lieve, leggera”.
123. per... anima: “per sedurne l’anima”.
124. nella volta: nel locale sotterraneo della casa, con soffitto a volta.
125. innaspando: “agitando”.
126. tartaree: “del Tartaro, infernali”.
127. gambettando: “che dimenava le gambe”.
128. lo spirito... prese: come sempre è l’impossessata che agisce per conto del diavolo.
129. dimoro: “dimora, indugio”.
130. divinatore: “indovino”.
131. le spese... farmi: dopo l’impossessamento Antonia viveva stabilmente in casa di Fruòsino.
132. dicono: “si manifestano”.
133. certando: “scommettendo”.
134. assentarsi: “liberarsi, sottrarsi”.
135. grossa: “incinta”.
136. colla corazza indosso: sul chi vive, nel timore di un’aggressione.
137. renitenza: “resistenza”.
138. sveglieva: “strappava”.
139. presidio: “difesa”.
140. che fare... bisogno: “di avere necessità di fare i suoi bisogni”.
141. assentare: “allontanare”.
142. nuovamente: “come cosa nuova”.
143. finitimi: “confinanti”.
144. artatamente: “in maniera stretta”.
145. inundare: “annegare”.
146. arbitrio: “facoltà”.
147. Incominciandola a scongiurare: sogg. dovrebbe essere Fruòsino.
148. tuo... Signore: è questa la perifrasi con cui il diavolo per bocca della fanciulla chiamerà sempre Dio.
149. mi cruciano: “mi tormentano”.
150. scontrare: “riscontrare”.
151. fece chiamare: sogg. è il diavolo, per bocca della fanciulla.
152. ordinano: “hanno intenzione, progettano”.
153. vertere: “volgere”.
154. tumulto: “trambusto”.
155. Esso: don Alessandro, ogg. di chiamò.
156. secrete: le parti “segrete” della messa, che il sacerdote era tenuto a recitare tra sé e sé.
157. dimandita: “domanda”.
158. proponendogli... dubbio: è singolare che l’abate ponga al diavolo un dubbio che riguarda le procedure canoniche.
159. se l’auditore... la messa: se la messa così storpiata era stata valida per chi l’aveva ascoltata.
160. studio: “attenzione”.
161. generazioni: “tipi, categorie”.
162. appostare: “cogliere in fallo”.
163. ottundono: “stancano”.
164. delitto: “peccato”.
165. deprehendere o giugnere: “sorprendere, cogliere in fallo”; i due verbi sono approssimativamente sinonimi.
166. Compagnia del Crocifisso: una confraternita di laici con questo nome fu costituita in Firenze, nel quartiere di Santo Spirito, nel 1482.
167. Per la qual cosa: muove da qui un discorso diretto libero di Fruòsino.
168. a’ Servi: alla chiesa della SS. Annunziata; vd. p. 56 n. 8.
169. Persuaditi: “credi”.
170. in fine: “in punto”.
171. Cavatevi di capo: “scopritevi il capo”’.
172. Che ti riferisce: “cosa ti importa”.
173. aprendo e intimando: “chiarificando e informando”; è dittologia sinonimica.
174. oppugnato: “cinto d’assedio”.
175. avamo: “avevamo”, forma popolare fiorentina.
176. exarato: “messo per iscritto”, dal lat. exaro, propr. “tracciato sulla carta”; costituisce dittologia sinonimica con scritto successivo.
177. delitto: “peccato”.
178. Gomito de l’oro: nome di una via fiorentina nei pressi di San Lorenzo, dove erano le botteghe degli orafi.
179. tenere: “credere”.
180. s’era fermo: “era risoluto”.
181. in lui... potemmo: “non avemmo più potere su di lui”.
182. sollecito: “svelto, rapido”.
183. osservava questo: “seguiva questa norma”.
184. infensa: “avversa, ostile”.
185. cherica... sacrata: per sineddoche, “un sacerdote”.
186. da ogni parte: “di ogni tipo”.
187. Compagnia... dipinta: i componenti della Compagnia dei Neri si adunavano abitualmente all’incrocio di via de’ Macci con via de’ Malcontenti (oggi via di San Giuseppe), per cantare le lodi davanti al tabernacolo di una Madonna ritenuta miracolosa, oggi non più esistente. Il nome originale era Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio, detta “de’ Neri” per il colore della veste che indossavano i suoi adepti.
188. Murate: il monastero delle Murate, così detto perché in origine ospitava delle suore di clausura. L’edificio è oggi compreso fra piazza delle Murate e piazza Madonna della Neve.
189. non era... mattutino: era ancora in corso l’ufficio del mattino.
190. Trarmi... fiamma: oggi diremmo dalla padella nella brace.
191. via de’ Pelacani: corrisponde all’attuale via delle Conce.
192. a gola: “fino alla gola, in grande quantità”.
193. el passo evitò: evitò di passare davanti al tabernacolo della Madonna.
194. figura: “aspetto”.
195. enudare: “mostrare come sono”.
196. sarà tempo: cioè, in punto di morte.
197. a casa Fruòsino: “a casa di Fruòsino” (vd. p. 14 n. 4).
198. proemio: “discorso iniziale”.
199. nato era: sogg. è il diavolo.
200. prese... viaggio: “se n’andò per la sua strada”.
201. rivocò: “richiamò”.
202. secolari: “laici, non religiosi”.
203. grave: “pesante”.
204. e giganti... Etna: secondo il mito, dopo il tentativo di scalata al cielo i giganti, sconfitti da Giove, furono sepolti sotto l’Etna.
205. Atlante... sostenne: era la punizione che Giove aveva inflitto ad Atlante per essersi alleato col padre Crono.
206. gran Cerbero... tratto: riferimento all’ultima e più difficile fatica di Ercole, che catturò e trasse via Cerbero dal regno dei morti.
207. pondo: “peso”.
208. e detrattori secolari: i laici presenti che avevano mormorato sulla giovane indemoniata.
209. dopo: “dietro”.
210. surridi: “sogghigni”.
211. cattivi contratti: “accordi fraudolenti”.
212. cattività: “cattiva azione”.
213. Piero... Medici: il padre di Lorenzo il Magnifico, che fu signore di Firenze dal 1464 al 1469.
214. monasterio predetto: di San Salvi.
215. per... breve: “per la strada più breve”.
216. caldano: “braciere”.
217. iattare: “menare vanto”.
218. In nomine... infernorum: “Al nome di Gesù, ogni ginocchio si fletta nei cieli, sulla terra e negli inferi”, frase tratta da Paolo, Lettera ai Filippesi, 2 10.
219. esausto già di pecunia: “ormai privo di denari”.
220. deprehenso: “scoperto”, dal lat. deprehendo.
221. seguito era: “era accaduto”, cioè, quello che Fruòsino aveva fatto.
222. gli aperse: “gli disse”.
223. Indusse e sforzò: sogg. è il diavolo.
224. d’esso... mangiare: di Fruòsino.
225. avvenir dovea: dopo la morte.
226. Diciannove... avere: intende che la differenza tra i giudei e il diavolo è la stessa che corre tra diciannove soldi e mezzo e una lira (che consisteva di venti soldi), cioè giudei e diavoli erano quasi la stessa cosa.
227. come loro stessino: quanto a destino nell’aldilà.
228. brieve: è un piccolo involto con una reliquia o un’immagine sacra da portare al collo.
229. detto spirito: si intende, come sempre, la fanciulla indemoniata.
230. agnusdeo: immagine votiva raffigurante l’Agnello di Dio, anch’essa da portare addosso.
231. rimando tritamente: “frugando minuziosamente”.
232. volergli... ceffata: è la fanciulla che materialmente alza la mano.
233. potissime: “principali”.
234. sedula: “sollecita, diligente”; latinismo.
235. non... lasciato: “ne fui impedito”.
236. distendermiti a’ piedi: “distendere te ai miei piedi”.
237. dinoccolassi: “slogasse”.
238. profano: “mascalzone”.
239. quivi contiguo: “lì vicino”.
240. suo destro: “i suoi bisogni”.
241. moccicone: “sporcaccione”.
242. ponderante e deprimente: “pesante e opprimente”, dittologia sinonimica.
243. ponte: nel cap. 93 si dice che Fruòsino abitava in via Mozza, dunque potrebbe trattarsi del vecchio ponte Rubaconte, ricostruito nel secolo scorso col nome di Ponte alle Grazie.
244. ti innaspavi: “ti riscuotevi (per liberarti)”.
245. non... condotto: “ridotto a mal partito”.
246. si elevò: “si inalberò”.
247. essuberante: “generoso”.
248. innumerabil: “infinita”.
249. cruciati: “tormenti”.
250. l’officio: del mattutino.
251. delle quali... stanno: questa descrizione corrisponde all’iconografia popolare delle anime purganti, immerse chi più chi meno nelle fiamme del purgatorio.
252. preterito: “passato, superato”.
253. incircumscritta: “senza limiti, infinita”.
254. rivolono: “volano”.
255. discosto: “tenuto lontano, escluso”.
256. mi sforzi: “tu mi solleciti”.
257. parli: “dica”.
258. era... rime: “spifferava tutto”; rime, alla lettera “crepe, fenditure”.
259. sinistro: “danno, disgrazia”.
260. delitto: “peccato”.
261. Nunziata: la Madonna Annunziata.
262. legava: “impediva”.
263. artatamente: “strettamente”.
264. Il perché: “per la qual cosa”.
265. esso: lo spirito.
266. caso del settantaotto: si riferisce alla Congiura dei Pazzi dell’aprile del 1478, nella quale trovò la morte Giuliano de’ Medici.
267. fuoco: il fuoco della discordia e della ribellione.
268. a punto: “con precisione”.
269. Giuliano: de’ Medici, alla cui morte si fa riferimento nel capitolo precedente.
270. salute: “salvezza”.
271. quando... si levava: al momento dell’elevazione durante la messa.
272. Nel tempo... cittadini: potrebbe alludersi al torneo disputato in piazza Santa Croce il 29 gennaio 1475, nel quale trionfò Giuliano (da quella vittoria Poliziano trasse occasione per comporre le Stanze); Iacopo Guicciardini, che era nato nel 1422, sarebbe però forse stato troppo avanti negli anni per giostrare lui stesso.
273. inconsideratamente: “incautamente”.
274. per sola rapina: per avergli sottratto l’anima di Perassino.
275. di quegli: dei monaci di San Salvi.
276. sua: della fanciulla posseduta.
277. condusse: “convinse, sollecitò”.
278. zana: era una cesta sospesa da terra che faceva da culla.
279. la fanciulla: Antonia, l’indemoniata.
280. sol: “appunto”.
281. capriccio: “preoccupazione”.
282. dicendo: “che diceva”; gerundio con valore di part. presente.
283. corse: sogg. è la fanciulla indemoniata.
284. per esser vedute: “per farvi vedere dagli altri”; la battuta è naturalmente ironica.
285. aprir... le mani: le mani le si erano rattrappite perché il diavolo non aveva facoltà di indurre la posseduta a compiere azioni delittuose (vd. anche cap. 71).
286. logoro d’acqua: “consumo, mancanza”; ma nel ms. si legge l’acqua.
287. formidabile: “spaventoso”.
288. paese: sappiamo essere san Godenzo, vd. p. 47 n. 6.
289. cruciati: “tormenti”.
290. Menando: sogg. sottinteso è Fruòsino.
291. Nunziata: vd. cap. 19.
292. s’incominciava: sogg. è la fanciulla.
293. per la casa: per contribuire alle spese di casa.
294. lino stio: è una qualità di lino che fiorisce in estate (stio è dal lat. aestivum).
295. accia: è il filo greggio.
296. andrebbe... libra: una libbra di peso per tre braccia di filo, si trattava dunque di un filato molto grossolano.
297. per ristoro... fatto: per compensare il filato precedente ben fatto.
298. Laurenza: da quanto detto nel cap. 51 è storpiatura del nome Lorenza.
299. obstrettrice: “levatrice”.
300. properando: “andando di gran fretta”.
301. temulenta: “ubriaca”.
302. sopita: “mezzo addormentata”.
303. E così... dette: “gli dette notizia di quanto era accaduto alla cognata”.
304. infortunato: “disgraziato”.
305. noia: “dispiacere”.
306. raccôrre: “mettere insieme, ricostruire”.
307. in qualunche... exculti: “esperti di tutte le discipline”; exculti è dal lat. excultus, part. pass. di excolo.
308. rispondeva... in volgare: parlare e rispondere in latino o in altre lingue sconosciute, rivelare fatti ignoti agli astanti e dare prova di una forza straordinaria erano i segni che, secondo il Rituale romanum, certificavano con sicurezza l’impossessamento. La fanciulla posseduta svela i peccati altrui, talora dà prova di una forza superiore alla sua costituzione fisica ma non parla in latino per la ragione buffa che poco più avanti leggeremo.
309. idiota: “ignorante”.
310. per... similitudine: “per mezzo di una similitudine”.
311. apra: “spieghi”.
312. la controversia... Luca: si fa riferimento alle lotte politiche fiorentine fra le due fazioni dette del Poggio e del Piano, che nel 1465, dopo la morte di Cosimo de’ Medici, vennero a contrasto nella città. La fazione del Poggio era capeggiata da Luca Pitti, quella del Piano, che prevalse, da Piero de’ Medici.
313. declive e umile: “leggermente scosceso e basso”.
314. è miglior... poggio: nel suo discorso “per similitudine” il diavolo tiene a sottolineare, giocando sul nome delle due fazioni fiorentine in contrasto, che nelle controversie è preferibile stare dalla parte di chi vince, come abitare in piano è più sicuro che abitare in poggio.
315. buon compagno: come dire, un bonaccione.
316. similitudine: la similitudine del poggio e del piano.
317. subiungendo: “soggiungendo, aggiungendo”.
318. ove... deliberando: subordinata di incerta collocazione sintattica.
319. quel corpo: della fanciulla.
320. chi stato... trasse: Fruòsino pone al diavolo un quesito teologico che mette in dubbio l’eternità di Dio e il suo essere increato.
321. capeva: “entrava”.
322. Perassino Vespucci: vd. cap. 79.
323. Uno... conduce: ci sarebbe, dunque, un diavolo che assegna agli altri diavoli le attività da svolgere.
324. longinque: “lontane”. È in dittologia sinonimica con remotissime che segue.
325. È... sotto: ossia, l’inferno è sterminato.
326. aprì: “rivelò”.
327. Nel ms. Antinori i capitoli qui numerati 93, 94, 95, privi di numerazione e didascalie, seguono la “confirmazione” finale, il che sembra deporre per un testo aperto, suscettibile di ulteriori incrementi. In questa edizione detti capitoli si stampano di seguito agli altri per dare continuità logica e topologica al racconto.
328. pinzocchera: “religiosa”.
329. via Mozza: è in prossimità dell’attuale Ponte alle Grazie.
330. laborando: “travagliandosi”.
331. ragioni: “specie”.
332. dimandò: allo spirito.
333. addosso le stava: ad Antonia.
334. Di vicinanza: “dal vicinato”.
335. incordigliato: dovrebbe trattarsi di un frate di san Francesco.
336. mandati: “comandamenti”.
337. ti sè apposto: “hai indovinato”.
338. promettessi: “permettesse”.
339. la essuberante escandescenza: “la collera esorbitante”.
340. di Fontana: dell’abbazia pistoiese di San Salvatore a Fontana Taona, anche questa di regola vallombrosana.
341. properante: “veloce”.
342. qui: a Firenze.
343. apostolo: san Paolo.
344. In quo... Pater: “in nome del quale [dello spirito di figli adottivi di Dio] gridiamo Abbà, Pater”. Nel testo paolino (Lettera ai Romani, 8 15) Dio è riconosciuto padre prima con parola greca, poi con parola latina.
345. È adunque... tribuire: il diavolo fa presente che sono pochissimi quelli a cui il nome “abate”, in quanto partecipe della paternità di Dio, si può degnamente riconoscere: i più sono dunque “abatocchi”. E così il diavolo esprime un giudizio non lusinghiero su coloro che guidano le confraternite di monaci.
346. paiàno: “paiamo, sembriamo”.
347. sedula: “sollecita”.
348. Antonio degli Agli: nato intorno al 1400 e morto nel 1477, fu un illustre canonista, beneficiato da Eugenio IV e Paolo II di vari incarichi e prebende. Fu vescovo prima di Fiesole poi di Volterra. Latinista e grecista, membro dell’Accademia platonica e amico di Marsilio Ficino, fu tenuto in grande considerazione anche come uomo di studi. L’anonimo autore chiama, dunque, in causa un personaggio assolutamente fededegno per certificare la verità di quanto raccontato.
349. si movevono: sogg. ad sensum sono gli amatori e cultori di verità, convinti dalla testimonianza di Antonio degli Agli.
350. san Tommaso: l’apostolo Tommaso, di cui parlano i vangeli canonici e apocrifi, che non credette a Gesù risorto se non quando toccò con mano le ferite della croce (Giovanni, 20 24).
351. Clausus... ferunt: “Che cosa possa il demonio in un corpo umano, se accade che col permesso di Dio ne prenda possesso, già Cristo, maestro di luce e di vita, lo insegnò liberando spesso indemoniati. E ora lo testimonierà una fanciulla per tre volte posseduta dal demonio, che alla fine fu da san Giovanni [Gualberto] salvata. Tacciano dunque ora quei pravi che sostengono che per pratica demoniaca nulla in corpo umano possa essere operato”.
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